Salve a tutti voi altri poveretti che come me non riuscite a smettere di pensare a quelle strane mascotte dei Mondiali che popolavano la nostra infanzia. Poche cose mi danno tanta soddisfazione quanto vedere lo sguardo confuso di chi mi sente parlare con entusiasmo di un bastoncino tricolore con un pallone al posto della testa.
Stiamo parlando proprio di lui, la mascotte che ha cambiato per sempre il mondo delle mascotte sportive: Ciao di Italia 90. Un personaggio che, come direbbe mia zia dopo tre bicchieri di Prosecco, “non è bello ma è particolare”. Io avevo la sua testa a casa quando ero piccolo, regalo di mio zio che -per motivi a me sconosciuti – aveva una riproduzione a grandezza naturale di Ciao in ufficio.
Da Willie il Leone a… un omino stecchetto
Prima di Ciao, il mondo delle mascotte dei Mondiali era un triste campionario di stereotipi: avevamo avuto World Cup Willie (un leone bipede del 1966), Gauchito (un bambino paffuto con una frusta, perché evidentemente dare fruste ai bambini nel 1978 sembrava una buona idea) e Naranjito (letteralmente un’arancia sorridente per Spagna ’82).
In pratica, le mascotte precedenti si dividevano in due categorie: o bambini con le guance rosse o ingredienti da insalata antropomorfi. Non esattamente il massimo della creatività. Era come se il briefing creativo fosse: “Fai qualcosa di carino che piaccia ai bambini e che si possa trasformare in un pupazzo da vendere a caro prezzo”.
Poi arrivò Lucio Boscardin, un designer autodidatta che ebbe l’illuminazione mentre era fermo a un semaforo. Secondo quanto riportato, fece alcuni schizzi semplici nella sua auto proprio in quel momento, e poi nel suo studio divise la parola ‘ITALIA’ in dieci bastoncini tricolore in modo che diventassero un atleta. “Mancava solo la testa e, inevitabilmente, ci ho messo una palla”, ha raccontato Boscardin.
Inevitabilmente. Come se qualsiasi altra scelta fosse impensabile. Un pallone al posto della testa. Genio.
L’omino che battè 50.000 rivali
La cosa più assurda è che questo disegno, fatto praticamente mentre aspettava che scattasse il verde, ha battuto 50.000 altre proposte in un concorso indetto dal comitato organizzatore. CINQUANTAMILA. Immaginate 50.000 italiani che si scervellano per creare la mascotte perfetta, e poi vince uno che ha avuto un’illuminazione al semaforo.
E il bello è che la giuria non era composta da quattro sfigati qualunque: c’era gente del calibro di Sergio Pininfarina, il leggendario designer automobilistico. Praticamente come se Leonardo da Vinci ti dicesse “sì, quel tuo scarabocchio fatto sulla tovaglietta del bar mi convince”.
Ma Boscardin aveva un vantaggio: mentre tutti gli altri concorrenti probabilmente stavano cercando di infilare il Colosseo, un piatto di spaghetti o un gondoliere nella loro mascotte, lui ha capito che il regolamento richiedeva di evitare “caratteristiche regionali, monumenti, personaggi o cibi”. In pratica, tutto ciò che fa pensare all’Italia.
La soluzione? Un omino a bastoncini con i colori della bandiera italiana. Semplice, diretto, astratto. Un po’ come se ti chiedessero di disegnare tua madre e tu facessi due cerchi e quattro linee.
La mascotte che (finalmente) non era per bambini
Una delle cose più rivoluzionarie di Ciao è che era una mascotte pensata per gli adulti. Come scrisse Toni Zugna di Vice Italia: “Ciao è una figura per adulti. Fredda, rigida, angolare, inespressiva”.
Non esattamente la descrizione di qualcosa che vorresti abbracciare di notte, ma sicuramente un passo avanti rispetto alle precedenti mascotte “carine”. Era come se il mondo dei Mondiali avesse finalmente capito che anche gli adulti guardano il calcio. Scioccante, lo so.
E mentre i produttori di peluche probabilmente piangevano all’idea di dover creare un pupazzo a forma di bastoncino, Boscardin celebrava la sua vittoria quando una versione alta tre metri della sua creazione fu svelata al Palazzo del Quirinale a Roma nel novembre 1986.
Il bastoncino senza nome (per tre anni)
Ma la parte più assurda della storia è che per ben tre anni, Ciao non aveva nemmeno un nome. Fu scelto solo dopo un voto condotto tramite Totocalcio – il sistema italiano di scommesse sul calcio. Le alternative erano Amico, Beniamino e, grazie al cielo sono state scartate, Bimbo e Dribbly.
Immaginate se oggi ci fosse un Mondiale in Italia e la mascotte si chiamasse “Dribbly”. Suonerebbe come il nome di un lassativo.
Non tutti erano entusiasti di Ciao. Luigi Riva, il più grande marcatore di tutti i tempi dell’Italia, confessò a Boscardin in persona che non gli piaceva. La risposta? “Gli chiesi di avere pazienza”. La tipica risposta italiana che potrebbe significare tutto o niente.
L’eredità di un bastoncino
Con il comitato organizzatore che mantenne i redditizi diritti d’autore, Ciao fu presto ovunque: magliette, mini palloni e persino… edizioni limitate di Fiat Panda decappottabili. Immaginate di guidare una Panda con l’immagine di un bastoncino appiccicata sul lato. Era il massimo del lusso italiano nel 1990.
E nonostante la sua semplicità, o forse proprio per quella, Ciao è ancora amato in tutto il mondo. Secondo Boscardin, questo è perché rappresenta non solo la nazione in cui si è tenuto il Mondiale, ma anche il dinamismo dell’industrioso popolo italiano.
Ma l’eredità di Ciao rimane poco chiara. USA ’94 tornò al vecchio stile con Striker, un cane, scelto “perché i cani sono animali domestici comuni negli Stati Uniti” (grazie, Wikipedia, per questa profonda analisi). Francia ’98 scelse un gallo cartoonesco, Corea e Giappone ci presentarono tre adorabili alieni nel 2002, e da allora abbiamo avuto un leone, un leopardo e un armadillo.
Il paradosso di Italia 90
Mentre Ciao rappresentava una rivoluzione nel design delle mascotte, Italia 90 stesso era un torneo pieno di contraddizioni. Da un lato, è stato uno dei Mondiali più poveri in termini di spettacolo, con una media di 2,2 gol a partita. Dall’altro, ha segnato l’inizio del calcio moderno come lo conosciamo.
La colonna sonora di Nessun Dorma cantata da Pavarotti, scelta dalla BBC, ha democratizzato l’opera. Le lacrime di Paul Gascoigne nella semifinale contro la Germania Ovest, guardate da 25,2 milioni di persone, hanno mostrato che anche i calciatori potevano mostrare emozioni. “Il mio labbro inferiore era come una piazzola per elicotteri”, scrisse Gazza nel suo libro.
E mentre il design di Ciao era una rottura con il passato, anche le maglie delle squadre stavano cambiando. La Germania Ovest, che poi vinse il torneo, indossava una divisa con un motivo geometrico audace che richiamava i colori della bandiera tedesca – un simbolo della Germania che stava per riunificarsi.
Italia 90 è stata anche la cerimonia di apertura del business calcistico. Come ha fatto notare Naomi Accardi di Season Zine: “Avete mai visto qualche altro evento sportivo con una vera e propria sfilata di moda con alcuni dei designer più rinomati alla cerimonia di apertura?”. Il calcio stava diventando qualcosa di più di uno sport – stava diventando parte della cultura popolare e un’opportunità di business.
Ironia della sorte, mentre Italia 90 segnava l’inizio dell’era d’oro del business calcistico, per il design italiano rappresentava la fine di un’epoca. Dagli anni ’50 agli anni ’70, l’Italia aveva dato al mondo designer leggendari. Ma con l’arrivo della televisione e della pubblicità, secondo Studio Mut, “tutto è andato a rotoli”.
Il successo visivo di Italia 90, con il suo bastoncino tricolore dal cuore di pallone, è stato “l’ultimo calcio dato per caso”: un’immagine indimenticabile prodotta in un periodo altrimenti “desolante” per il design italiano.
Ma alla fine, forse questo è il vero motivo per cui amiamo ancora Ciao e Italia 90: fanno parte di quell’espressione italiana “fare una bella figura” – mostrare sempre il meglio, anche quando non siamo al meglio. Un torneo mediocre diventato iconico, una mascotte semplice diventata leggendaria.
E qualcuno, da qualche parte, ancora guida una Panda con i copricerchi a pallone e sogna di quel Mondiale che ha cambiato tutto.
P.S. Se questo articolo ti ha fatto sentire vecchio e nostalgico per una mascotte che è letteralmente un bastoncino con un pallone in testa, non preoccuparti: anche l’attuale mascotte degli ultimi Mondiali, tra qualche decennio sembrerà ridicola. La differenza è che Ciao lo era già quando l’hanno creata, e questo la rende inimitabile.

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