Ok gente, parliamo di come l’AI sta entrando nel mondo del design delle etichette del vino. No, non è come chiedere a ChatGPT di scrivere una poesia d’amore dopo tre bicchieri di Chianti. È molto peggio, e molto più divertente.
L’AI come compagno di brainstorming (quello che non si stanca mai)
Immaginate di avere un assistente creativo che non ha bisogno di pause caffè, non si lamenta mai e non viene mai a lavoro con i postumi della sbornia. Suona fantastico, vero? Beh, è l’AI. Ma attenzione: è anche come avere uno stagista super entusiasta che ha bevuto troppi Red Bull – ha tante idee, ma non tutte sono geniali.
Il processo creativo (o come far finta di sapere cosa stai facendo)
Tutto inizia con il brief del cliente. Di solito è qualcosa tipo: “Vogliamo qualcosa di moderno ma tradizionale, giovane ma maturo, innovativo ma classico”. Praticamente, vogliono il paradosso in formato etichetta. Prima dell’AI, avresti passato ore a fissare il vuoto cercando ispirazione. Ora puoi fissare il vuoto mentre l’AI genera 47 versioni diverse della stessa idea.
L’arte del prompt (o come parlare con un robot che non ha mai bevuto vino)
Qui viene il bello. Non puoi semplicemente dire all’AI “fai un’etichetta figa”. È come andare dal parrucchiere e dire “fammi bello”. Devi essere specifico. Molto specifico. Tipo:
“Crea un’etichetta che faccia sentire il vino costoso anche se costa meno di una pizza, che sembri tradizionale ma Instagram-friendly, e che faccia pensare a tuo zio che è un vino serio mentre fa pensare ai millennial che è perfetto per il loro prossimo aperitivo.” Scherzo, nei chatbot più moderni e costosi puoi per esempio inserire tutti i documenti di briefing del cliente per avere un contesto preciso e poi fare domande mirate, cercando di arrivare ad un’idea.
Il design vero (dove l’umano si prende la rivincita)
Okay, l’AI ti ha dato delle idee. Ora inizia il vero lavoro. È come avere un mucchio di ingredienti ma dover ancora cucinare il piatto. L’AI può suggerirti di mettere l’ananas sulla pizza, ma sta a te capire che è una pessima idea.
Il designer deve:
- Trasformare le idee dell’AI in qualcosa che non sembri generato da un bot ubriaco
- Assicurarsi che l’etichetta sia leggibile anche dopo il secondo bicchiere
- Far funzionare il tutto sia sullo scaffale del supermercato che nelle storie di Instagram
Il trucco del doppio AI (o come far parlare due robot che non si sopportano)
Ecco la parte divertente che nessuno ti dice: puoi usare un’AI per parlare con un’altra AI. È come avere un interprete che traduce le tue idee confuse in qualcosa che Midjourney o Ideogram possano capire senza andare nel panico.
Funziona così: ChatGPT è come quel amico che parla sia l’italiano che il computerese. Tu gli dici “Voglio un’etichetta che urli lusso ma sussurri il prezzo”, e lui lo traduce in uno di quei prompt chilometrici che fanno impazzire Midjourney: “Luxury wine label design, Art Deco style, gold foil accents, minimalist typography, deep burgundy background, elegant filigree details, Gatsby-inspired aesthetics…”
La parte più assurda? Puoi anche mostrare a ChatGPT quello che ha generato il suo cugino artistico e chiedergli cosa ne pensa. È come avere un critico d’arte personale che parla sia con te che con l’artista robot. Se il risultato fa schifo (spoiler: le prime versioni faranno sempre schifo), ChatGPT può suggerirti come modificare il prompt per la prossima iterazione.
È un po’ come giocare a telefono senza fili, ma invece di persone hai due AI che cercano di capirsi a vicenda mentre tu stai lì a guardare sorseggiando il vino che dovrai etichettare. La tecnologia nel 2025, signori.
La fase tecnica (dove le cose si fanno serie)
Ora viene la parte dove l’AI si fa da parte e il designer deve dimostrare di valere i suoi soldi. Preparare i file per la stampa è come preparare una ricetta di alta cucina: se sbagli un ingrediente, il risultato fa schifo. Se pensate che i concorrenti di Masterchef siano sotto pressione, pensate ad un grafico che deve preparare l’esecutivo di stampa di qualcosa che verrà stampato in un milione di esemplari.
Devi pensare a:
- I colori Pantone (perché il cliente pensa che la stampa verrà come la pagina di presentazione che vede nel suo iPhone)
- Gli ingombri (perché la vostra etichetta andrà su una bottiglia non vivrà solo sul vostro file illustrator)
- La leggibilità (perché la gente deve capire cosa sta comprando anche dopo una degustazione)
La presentazione al cliente
Qui l’AI torna utile per aiutarti a strutturare il racconto. Ma attenzione: non lasciarla scrivere tutta la presentazione, o finirai per sembrare un chatbot che cerca di vendere vino. Il segreto è usare l’AI per organizzare le idee, ma raccontarle con la tua voce. Come quando racconti una barzelletta: non è la battuta in sé, è come la racconti.
Ma aspetta, c’è di più. Puoi usare l’AI in due modi davvero furbi:
Prima mossa: fatti scrivere delle supercazzole intelligenti sulla tua etichetta. Sì, proprio quelle frasi pompose tipo “L’intersezione tra tradizione e modernità si manifesta attraverso un uso audace della tipografia che dialoga con elementi visivi ancestrali.” Suona come una cazzata? Forse. Ma se ci credi davvero nel tuo design (e dovresti, altrimenti stai truffando il cliente), queste supercazzole saranno sorprendentemente azzeccate. È come quando ti prepari il discorso per convincere i tuoi che il tatuaggio che ti sei fatto ha un significato profondo.
Seconda mossa (quella geniale): trasforma l’AI nel cliente più stronzo del mondo. Falle interpretare il ruolo del cliente super critico e fatti sparare tutte le possibili obiezioni alle tue proposte. “Questa etichetta non comunica abbastanza il lusso”, “Il font mi sembra troppo moderno per un vino tradizionale”, “Mia cugina che ha fatto un corso di Photoshop dice che si potrebbe fare meglio.” È come fare un crash test prima dell’incidente vero.
È un po’ come fare le prove del colloquio di lavoro con tua madre, solo che l’AI non si mette a piangere quando interpreti bene la parte del capo stronzo.
La verità scomoda
Chi pensa che basti chiedere all’AI di creare un’etichetta per il vino è lo stesso tipo di persona che pensa che il vino in cartone sia una buona idea. Creare un’etichetta vincente richiede ore di lavoro, tentativi, errori, e probabilmente qualche bicchiere di vino per “ispirazione”.
L’AI è come un sommelier robotico: può darti consigli interessanti, ma alla fine sei tu che devi decidere se il vino è buono o no.
P.S. Se stai leggendo questo mentre cerchi di convincere l’AI a disegnare un’etichetta per il vino che hai fatto in garage, fermati. Né l’AI né il design salveranno il tuo vino fatto con l’uva del discount.

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