C’è un momento nella carriera di ogni designer in cui il cliente ti guarda negli occhi, osserva il tuo lavoro frutto di ore di ricerca, bozzetti, revisioni e notti insonni, e pronuncia le quattro parole che ti faranno rivalutare tutte le tue scelte di vita: “Voglio l’effetto wow.”
E tu lì, davanti allo schermo, a chiederti se per caso ti sei perso qualche lezione all’università. Quella dove spiegavano cos’è esattamente questo benedetto “effetto wow”. Spoiler: quella lezione non esiste, perché il wow è come il mostro di Loch Ness – tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto davvero, e probabilmente non esiste.
Il problema: tradurre dal “clientese” all’italiano
Quando un cliente dice “voglio l’effetto wow”, quello che sta realmente cercando di comunicare potrebbe essere una di queste cose:
- “Voglio più colore” – tradotto: il tuo design minimalista e sofisticato gli sembra il menù di un ristorante vegano depresso
- “Voglio che salti all’occhio” – tradotto: vuole che il suo logo sia visibile dallo spazio, tipo la Grande Muraglia Cinese ma in formato .png
- “Voglio sentirmi figo quando lo mostro al cognato” – tradotto: ha bisogno di validazione sociale e tu sei lo strumento della sua redenzione
- “Non so cosa voglio ma non è questo” – tradotto: preparati a 47 revisioni e a rivalutare la carriera da barista
Il problema fondamentale è che “wow” non è un termine tecnico. Non puoi aprire Illustrator e cliccare su Filtro > Aggiungi Wow. Non esiste un codice Pantone del wow (anche se sono sicuro che qualcuno in Pantone ci stia lavorando, probabilmente sarà un viola elettrico con sfumature di “crisi esistenziale”).
La metafora del cameriere molesto
C’è un tizio, Paul Boag, che ha scritto una cosa geniale sul wow nel design. Racconta di quella volta in cui è andato a cena in un ristorante e il cameriere ha cercato di impressionarlo in tutti i modi: si è seduto al loro tavolo, ha insistito perché la moglie provasse le ostriche nonostante lei avesse detto chiaramente di no, e a un certo punto ha pure tirato fuori un gioco di carte. Durante una cena romantica.
Il cameriere voleva fare “wow”, invece ha fatto “vaffanculo”.
Confrontalo con un buon cameriere: discreto, attento, ti riempie il bicchiere d’acqua senza che tu debba chiedere, sparecchia senza interrompere la conversazione. Non fa “wow”, fa qualcosa di molto più importante: ti fa stare bene.
Il design dovrebbe funzionare allo stesso modo. Non dovrebbe saltarti addosso come un labrador iperattivo che non vede il padrone da tre ore. Dovrebbe creare un’esperienza memorabile e piacevole, guidare l’utente senza che se ne accorga, risolvere problemi invece di crearne di nuovi.
Ma prova a spiegarlo al cliente che vuole il gradiente arcobaleno sulla brochure aziendale.
Il paradosso del wow: più ci provi, più fai schifo
Ecco una verità scomoda che nessuno ti dice: più cerchi disperatamente di fare “wow”, più rischi di fare il pacchiano. È come quei film che puntano tutto sugli effetti speciali e poi hanno una trama che sembra scritta da un algoritmo ubriaco (ciao Transformers 4, 5, 6 e tutti quelli che verranno).
Il wow autentico non nasce dal voler impressionare a tutti i costi. Nasce dalla risoluzione elegante di un problema. Nasce quando togli, non quando aggiungi. Nasce quando il design scompare e rimane solo l’esperienza.
Apple non fa wow con i fuochi d’artificio. Fa wow con il minimalismo. Con quel packaging che apri e pensi “cazzo, è solo una scatola ma sembra che sto aprendo il Santo Graal”. Il wow sta nell’assenza di rumore, non nel casino.
Ma buona fortuna a spiegare al cliente che il suo sito web per l’azienda di rubinetteria non ha bisogno di animazioni parallax su ogni singolo elemento.
Come sopravvivere (guida pratica per non bestemmiare)
Ok, basta filosofia. Ecco cosa fare concretamente quando il cliente ti chiede l’effetto wow:
1. Chiedi esempi concreti (il trucco dei tre desideri)
Mai rispondere “ok, ci penso io”. Mai. È una trappola. Finiresti a fare 15 versioni diverse basate sulla tua interpretazione di una parola che non significa niente.
Invece, chiedi: “Mi mostri tre cose che secondo lei hanno questo effetto wow?”
A quel punto succederà una di queste due cose:
- Il cliente ti manda degli esempi e tu finalmente capisci che per “wow” intendeva “più contrasto” o “colori più saturi”
- Il cliente non sa cosa mandarti e si rende conto che forse deve riflettere meglio su cosa vuole
In entrambi i casi, hai vinto tu.
2. Traduci il feedback emotivo in parametri tecnici
Quando il cliente dice “non mi emoziona”, quello che devi sentire è: “Aiutami a capire perché questa cosa dovrebbe funzionare.”
Fai domande specifiche:
- “Quale elemento le sembra che non funzioni?”
- “Il problema è il colore, il layout, o la gerarchia delle informazioni?”
- “Cosa vorrebbe che l’utente provasse guardando questo?”
Stai sostanzialmente facendo il traduttore simultaneo tra il mondo delle emozioni vaghe e il mondo delle modifiche concrete. È un lavoro ingrato, ma qualcuno deve farlo.
3. La tecnica delle due versioni
Questa è sporca ma efficace. Quando il cliente insiste per avere “più wow”, prepara due versioni:
- Versione A: quella equilibrata, quella che secondo te funziona
- Versione B: quella col wow che ha chiesto, spinta al massimo
Nel 90% dei casi, vedendo la versione B, il cliente dirà: “Mmm forse è troppo… torniamo a qualcosa di più simile alla A?”
Congratulazioni, hai appena fatto psicologia inversa su un adulto pagante. Il tuo professore di comunicazione sarebbe fiero di te.
4. Spiega il perché (ma in modo che capisca)
Non dire: “Ho usato questa palette perché rispetta i principi della teoria del colore e crea un contrasto armonico basato sulla ruota cromatica.”
Dì: “Ho scelto questi colori perché fanno sembrare il brand più affidabile e professionale. I competitor usano tutti il blu, noi con questo verde ci distinguiamo senza sembrare fuori posto.”
Al cliente non frega niente della teoria del colore. Gli frega dei risultati. Parla la sua lingua, non la tua.
Il vero wow: risolvere problemi che il cliente non sapeva di avere
Sai qual è il vero effetto wow? Quello che fa dire al cliente “non ci avevo pensato, ma è esattamente quello che mi serviva.”
Non è il gradiente luccicante. Non è l’animazione che fa girare il logo. Non è il font così originale che nessuno riesce a leggerlo.
È quando il design funziona talmente bene che diventa invisibile. Quando l’utente trova quello che cerca senza sforzo. Quando il messaggio arriva dritto al punto senza bisogno di spiegazioni.
È tipo quando guardi un film e non pensi “bella fotografia” – pensi alla storia, ai personaggi, alle emozioni. La fotografia era wow, ma era wow perché non ti distraeva.
Il problema è che questo tipo di wow non si vede. E i clienti vogliono vedere qualcosa per cui hanno pagato. Vogliono il fuoco d’artificio, non il lavoro certosino che ha reso possibile lo spettacolo.
Quando arrendersi (e come farlo con dignità)
Ci saranno momenti in cui, nonostante tutti i tuoi sforzi diplomatici, il cliente insisterà per aggiungere quella scritta lampeggiante. O quel Comic Sans ironico (che poi ironico non è mai). O quel dannato effetto ombra su ogni singolo elemento della pagina.
In questi casi:
- Metti per iscritto i tuoi suggerimenti – ti servirà quando torneranno piangendo dicendo “ma perché non me l’hai detto?”
- Fai le modifiche richieste nel modo più professionale possibile – sei un professionista, non un artista incompreso
- Non mettere quel lavoro in portfolio – o mettici la tua versione, quella prima del massacro
- Fatti pagare – le tue lacrime hanno un costo
- Vai a bere qualcosa di forte – preferibilmente qualcosa che non abbia l’effetto wow
La verità è che non puoi vincere tutte le battaglie. A volte devi scegliere: vuoi avere ragione o vuoi essere pagato? La risposta giusta, almeno finché devi pagare l’affitto, è quasi sempre la seconda.
La morale della favola
“Voglio l’effetto wow” è la richiesta più frustrante e più comune che riceverai nella tua carriera. Ma nasconde un’opportunità: quella di educare il cliente, di costruire un rapporto di fiducia, di dimostrare che sai quello che fai.
O, nel peggiore dei casi, di imparare a fare pace con il fatto che a volte il tuo lavoro finirà modificato oltre ogni riconoscimento. Come diceva qualcuno più saggio di me: il miglior portfolio è quello dei lavori che non hai mai dovuto mostrare al cliente.
E se proprio non riesci a gestire la frustrazione, ricordati: anche Michelangelo ha dovuto sopportare Papa Giulio II che gli rompeva le scatole mentre dipingeva la Cappella Sistina. “Michelà, ma ‘sto Adamo nun potrebbe esse un po’ più… wow?”
P.S. Se questo articolo ti ha fatto venire i flashback di quella volta che il cliente ti ha chiesto di “far scoppiare i colori” e tu hai passato tre notti a chiederti se intendesse letteralmente, non preoccuparti: siamo tutti sulla stessa barca. Una barca piena di gradienti arcobaleno che nessuno ha mai chiesto, ma che in qualche modo sono finiti nel progetto finale lo stesso.

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