Ogni tanto su giuseppe.rocks parliamo di musica. Il motivo ufficiale è che il blog si chiama giuseppe.rocks e quindi un po’ di rock ogni tanto ci tocca. Il motivo reale è che dopo l’ennesimo articolo sulla differenza tra CMYK e RGB il mio cervello ha bisogno di ossigeno, e l’ossigeno per me ha la forma di una canzone che mi spacca il petto come un calcio di un cavallo imbizzarrito. Oggi parliamo di Mitski e di una canzone che parla di te, di me e di chiunque abbia mai aperto Illustrator alle tre di notte chiedendosi dove cazzo stia andando la propria vita. Una canzone che è uscita nel 2016 (cazzo quanto veloce passa il tempo?) E che vi spiegherà la vita.
“I’m not doing anything” (ovvero la bio di LinkedIn che non metterai mai)
My Body’s Made of Crushed Little Stars è una traccia dell’album Puberty 2 di Mitski, uscito nel 2016. Dura poco più di un minuto e mezzo, che è circa il tempo che ci mette un cliente a distruggere tre settimane di lavoro con la frase “carino, ma proviamo un’altra direzione?”. La canzone parte così: “I’m not doing anything / I’m not doing anything / My body’s made of crushed little stars / And I’m not doing anything.”
Che se ci pensate è geniale. Che tu sia un designer o meno, penso che chiunque tra i 25 ed i 40 abbia provato qualcosa di simile. Passare una domenica sera a fissare il soffitto chiedendoti se la tua carriera di graphic designer abbia un senso cosmico o se sarebbe stato meglio assecondare tuo padre e fare ragioneria (io ho fatto entrambe le cose). Quello stato preciso in cui ti trovi sapendo di essere fatto – letteralmente – di polvere di stelle, come ci ricorda la scienza — eppure rimani, sul divano, a guardare il terzo episodio consecutivo di una serie che nemmeno ti piace, paralizzato da un’inerzia che non sai spiegarti.
Mitski non sta parlando di pigrizia. Sta parlando di quel cortocircuito esistenziale che colpisce la nostra generazione come un virus: sentire di avere del potenziale, sentirlo nelle ossa, e contemporaneamente non riuscire a muovere un dito perché tutto è assurdamente complicato.
“I wanna see the whole world / I don’t know how I’m gonna pay rent”
E qui Mitski centra il punto meglio di qualunque analisi di mercato sul lavoro creativo. Vuole vedere il mondo intero. Non sa come pagherà l’affitto. Due frasi. Una di fianco all’altra. Nessun tentativo di risolverle, nessun coach motivazionale che salta fuori a dirti “segui la tua passione e i soldi arriveranno!”. Solo la pura, nuda, brutale giustapposizione tra quello che sogni e quello che la realtà ti sbatte in faccia come una porta girevole.
Se fai il grafico freelance conosci questa sensazione come il palmo della tua mano. Quella sensazione per cui scrolli Instagram e vedi designer che lavorano da Bali con il MacBook su una scrivania di bambù davanti all’oceano, e intanto tu sei nella tua stanza di 12 metri quadri a calcolare se questo mese riesci a pagare sia il canone di Adobe sia la bolletta del gas, perché entrambi insieme no, non ce la fai. Quanto cazzo costa il gas comunque?
Non c’è il bridge della canzone in cui arriva la svolta motivazionale, il momento in cui ti dice “ce la farai”. Niente. Solo la constatazione nuda e cruda che vuoi tutto e non sai come permetterti nemmeno il minimo indispensabile. E questo, cari amici designer, non è pessimismo: è realismo con la chitarra distorta.
“I better ace that interview / I should tell them that I’m not afraid to die”
Adesso arriviamo alla parte che mi fa ridere e piangere contemporaneamente, tipo quando guardi i video dei gattini e poi ti ricordi che devi mandare la fattura a quel cliente che non paga da tre mesi.
Questa dualità è il cuore pulsante dell’essere un creativo nel capitalismo. Da una parte sei un artista, dall’altra sei un fornitore di servizi con una partita IVA che piange. Da una parte hai visioni cosmiche sul potere del design, dall’altra devi sorridere quando il cliente ti chiede di rendere il logo “più grande, tipo molto più grande, ma anche più piccolo, capito?”.
Mitski in quel verso cattura qualcosa che va ben oltre il semplice colloquio di lavoro. È il paradosso di dover vendere se stessi come prodotto quando dentro ti senti un universo. È dover ridurre tutta la tua complessità umana a un PDF di quattro pagine con i tuoi “lavori migliori” e una tariffa oraria che comunque sarà troppo alta o troppo bassa, mai giusta.
“I work better under a deadline”
E qui Mitski mi pugnala dritta al cuore, perché se c’è una frase che descrive il 97% dei grafici che conosco (me compreso), è questa. “Lavoro meglio sotto deadline.” La bugia più grande che ci raccontiamo, ripetuta con tale convinzione da essere diventata una profezia che si autoavvera. Non lavoriamo meglio sotto deadline. Lavoriamo solamente sotto deadline, che è una cosa completamente diversa.
È quel meccanismo perverso per cui hai due settimane per consegnare un progetto, passi i primi dodici giorni a “raccogliere ispirazioni” (leggasi: scrollare Behance, guardare tutorial su YouTube che non seguirai mai, riorganizzare le cartelle di Figma) e poi negli ultimi due giorni produci tutto in uno stato alterato di coscienza alimentato da caffeina e senso di colpa. Ed esce pure bene, il che è la cosa peggiore, perché conferma il ciclo tossico e ti condanna a ripeterlo per l’eternità.
Ma Mitski non si ferma alla deadline lavorativa. Il verso successivo è: “I pick an age when I’m gonna disappear.” Mi scelgo un’età in cui sparirò. E questa, amici miei, non è più una metafora sul lavoro. È qualcosa di molto più profondo. È quell’abitudine che abbiamo tutti di mettere paletti temporali alla nostra stessa esistenza: “entro i 30 avrò una carriera avviata”, “entro i 35 sarò direttore creativo”, “entro i 40 avrò il mio studio”. Come se la vita fosse un progetto con una timeline su Notion e noi fossimo contemporaneamente il project manager e il deliverable.
“Until then I can try again”
Ma poi arriva l’ultima parte, quella che trasforma la canzone da grido disperato a qualcosa di stranamente, dolorosamente, ostinatamente vitale. “Fino ad allora posso riprovare.” È una frase che sembra una resa e invece è l’esatto contrario. È quello che fa chiunque abbia mai chiuso un progetto orribile, perso un cliente importante, ricevuto un feedback devastante, e il giorno dopo si sia rimesso davanti allo schermo.
È quella cosa che facciamo noi creativi che dall’esterno sembra masochismo e dall’interno è semplicemente l’unica cosa che sappiamo fare. Riprovarci. Non perché siamo coraggiosi o perché abbiamo letto l’ennesimo post su LinkedIn di qualche guru del mindset. Ma perché l’alternativa — smettere di creare — sarebbe come smettere di respirare. Fastidioso e tendenzialmente letale.
Mitski ha scritto tutto questo in una canzone di neanche due minuti. O forse l’ho solo ipotizzato io leggendo significati assurdi in una canzone stupida. Con una chitarra acustica che suona come se qualcuno la stesse prendendo a martellate, e una voce che passa dal sussurro all’urlo. Una bomba.
La parte in cui Mitski ci insegna qualcosa sulla carriera (senza volerlo)
C’è un pezzo della storia di Mitski che vale la pena conoscere. Questa donna ha autoprodotto i primi due album mentre studiava composizione al college. I primi due album erano letteralmente la sua tesi. Con Bury Me at Makeout Creek (2014) e Puberty 2 (2016), la critica musicale (come Pitchfork) ha iniziato a venerarla. Era considerata una “indie darling”, molto rispettata, ma fuori dai circuiti alternativi quante persone la conoscevano? Quattro gatti. Bravissimi gatti con un gusto musicale impeccabile, per carità, ma pur sempre quattro. Poi Be Your Cowboy del 2018. Questo è stato il vero e proprio trampolino. L’album è stato eletto “Disco dell’anno” da quasi tutte le riviste musicali più importanti del mondo (Pitchfork, Vulture, Consequence of Sound). Brani come Nobody e Washing Machine Heart hanno iniziato a farsi notare parecchio. Ha fatto tour sold out, ma lo stress è stato tale che ha deciso di ritirarsi dalle scene, in pieno burnout, con l’intenzione di mollare la musica. Ed è qui che succede l’assurdo.
Le sue canzoni hanno cominciato a diventare virali. Nobody è diventata la colonna sonora di video in cui la gente scappa dai propri problemi. Washing Machine Heart ha invaso centinaia di migliaia di clip. Intera sezioni di TikTok sono state ribattezzate “MitskiTok”.
E non finisce qui. Il brano che l’ha portata per la prima volta nella Billboard Hot 100, trasformandola da artista di culto a star globale, è stato My Love Mine All Mine nel 2023 — una ballata dall’album The Land Is Inhospitable and So Are We. Una canzone bellissima, intendiamoci, ma non certo quella che i fan della prima ora avrebbero indicato come il suo lavoro più complesso o rappresentativo. Eppure è stata quella a sfondare, usata in oltre 3,8 milioni di video su TikTok, coverizzata da mezzo internet, diventata un fenomeno impossibile da ignorare.
Penso valga per tutti i lavori creativi in una certa misura. Quante volte avete passato settimane su un progetto che consideravate una figata e poi è stato stravolto o non è mai uscito. E quante volte un lavoretto fatto di fretta, quel logo che avete buttato giù in mezz’ora perché tanto “è solo una bozza”, è diventato quello che tutti vi riconoscono, quello che vi ha portato clienti?
Il talento di Mitski non è cambiato tra il 2014 e il 2023. Era una fuoriclasse prima, è una fuoriclasse adesso. Quello che è cambiato è il contesto, il momento, l’algoritmo, il caso. E c’è qualcosa di profondamente consolante in questo, se ci pensate: il fatto che il tuo lavoro venga riconosciuto o no non dipende interamente da te. Puoi fare cose straordinarie per anni nella più completa oscurità, e poi un giorno — per ragioni che non puoi prevedere né controllare — qualcosa scatta. O magari non scatta mai, e questo non toglie niente alla qualità di quello che hai fatto.
Mitski nel frattempo ha continuato a pubblicare musica. Il suo ottavo album, Nothing’s About to Happen to Me, è uscito a febbraio 2026. Vale la pena ascoltarlo perchè è davvero interessante, il sound torna un po’ più alle origini di quello per cui avevamo imparato ad ascoltarla noi fan della prima ora.
Perché questa canzone è l’inno dei creativi
My Body’s Made of Crushed Little Stars funziona perché non mente. Non ti dice che andrà tutto bene. Non ti dice che se credi nei tuoi sogni l’universo si impegnerà per realizzarli (l’universo è troppo impegnato a espandersi per occuparsi del tuo portfolio, fidati). Evidenzia il contrasto tra aspirazioni e realtà. Probabilmente lei si riferisce particolarmente alla sua carriera di cantante, con le difficoltà annesse nel sopravvivere mentre si cerca di realizzare i propri sogni. Ma è tanto diverso vivere “impuntandosi” nel cercare di fare il nostro lavoro nel 2026?
Mitski in questa canzone specifica ha condensato tutto quel casino magnifico che è essere giovani, creativi e completamente smarriti in un’epoca che ti chiede contemporaneamente di essere un brand, un artigiano, un imprenditore, un content creator e possibilmente anche un essere umano funzionante. E magari anche un padre, un compagno, un figlio, ecc.
P.S. Se questo articolo ti ha fatto venire voglia di mollare tutto e andare a suonare la chitarra in un sottoscala di Brooklyn, non preoccuparti: non sei il solo. Io quando ho fretta e devo consegnare metto questa canzone in ripetizione infinita e in quei novanta secondi di rabbia cosmica compressa trovo l’energia per volare verso nuovi, incredibili esecutivi di stampa. Provate e fatemi sapere. Nel peggiore dei casi avrete ascoltato una grande canzone. Nel migliore, avrete consegnato in tempo. Per una volta.
I’m not doing anything
I’m not doing anything
My body’s made of crushed little stars
And I’m not doing anything
I wanna see the whole world
I wanna see the whole world
I don’t know how I’m gonna pay rent
I wanna see the whole world
Would you kill me, Jerusalem?
Kill me, Jerusalem
Kill me, Jerusalem
Come find me
I better ace that interview
I better ace that interview
I should tell them that I’m not afraid to die
I better ace that interview, uh
I work better under a deadline
I work better under a deadline
I pick an age when I’m gonna disappear
Until then, I can try again
Until then, I can try again
Kill me, Jerusalem
Kill me, Jerusalem
Kill me, Jerusalem
Go on, kill me

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