La natura è il miglior color theorist che conosci

Chissà quante ore della tua vita hai passato su Coolors a cliccare “genera” come un giocatore d’azzardo davanti a una slot machine, pregando che uscisse la palette perfetta. Spostando slider a caso su Adobe Color con la stessa convinzione scientifica di chi sceglie i numeri del Superenalotto. Salvando palette su Pinterest che non userai mai, come quelle ricette fit che salvi il lunedì mattina e dimentichi entro le 12:47 dello stesso giorno.

E intanto il miglior sistema di colori mai creato nella storia dell’universo — letteralmente — è sopra la tua testa. Gratis. Senza abbonamento mensile.

Il cielo non è blu perché sì

Se ti chiedessi “perché il cielo è blu?”, probabilmente mi risponderesti con la sicurezza di chi ha googlato la cosa una volta nel 2016: “Rayleigh scattering”. Che è un po’ come rispondere “perché la pizza è buona?” con “reazione di Maillard”. Tecnicamente non hai torto, ma non hai nemmeno capito un cazzo.

Erik D. Kennedy — designer e autore della newsletter Design Hacks che dovreste seguire tutti se non volete restare al livello di chi pensa che “complementari” sia un complimento — ha scritto un articolo fantastico proprio su questo tema. La sua tesi è semplice: sapere il nome di una cosa non significa capirla. Capirla significa avere un modello mentale che ti permette di fare previsioni. E per noi designer, fare previsioni sui colori dovrebbe essere tipo il nostro pane quotidiano. Per questo ho voluto prendere il suo articolo che spiega il concetto e ho tirato fuori alcune “lezioni” sui colori. Quindi non solo potrete fare i fighi con gli amici la prossima volta che vedrete un tramonto ma potrete vantarvi anche con i colleghi grafici.

La questione funziona così: quando la luce del sole attraversa l’atmosfera, la maggior parte dei colori passa indisturbata, come voi quando passate davanti a una palestra senza entrarci. Ma i fotoni blu e viola hanno la tendenza a rimbalzare ovunque, come un bambino di cinque anni dopo tre succhi di frutta. Questo succede perché la loro frequenza è più vicina alla “frequenza di risonanza” delle molecole di azoto e ossigeno. In pratica le molecole dell’atmosfera vibrano di più quando vengono colpite da fotoni blu, e più vibrano più li deviano in tutte le direzioni.

Il risultato? I fotoni blu ti arrivano negli occhi da ogni angolo del cielo. Ovunque guardi, c’è del blu che ti spara dritto nelle retine. Ecco perché il cielo è azzurro: non perché qualcuno l’ha deciso su Pantone, ma perché è un gigantesco effetto di dispersione selettiva.

E se ti stai chiedendo “ok, ma viola ha una frequenza ancora più alta, perché il cielo non è viola?” — la risposta è meravigliosa nella sua banalità: i nostri occhi fanno schifo a percepire il viola. È al limite estremo della nostra percezione visiva. Se avessimo occhi migliori, il cielo sarebbe viola. L’evoluzione ci ha fatto un design un po’ così, che vuoi farci.

Perché i tramonti funzionano sempre (e le tue palette “golden hour” anche)

Al tramonto la luce del sole deve attraversare molta più atmosfera per arrivare ai tuoi occhi — circa 40 volte di più rispetto a mezzogiorno. E in tutto quel tragitto, i fotoni blu rimbalzano talmente tanto che alla fine si disperdono tutti: o finiscono nello spazio, o atterrano da qualche altra parte del pianeta. Alla fine ti arrivano solo i rossi e gli arancioni, che essendo dei gran menefreghisti attraversano l’atmosfera come se non esistesse.

Ora, pensaci un attimo: ogni volta che scegli una palette “warm” per un progetto — quei bei toni dorati, ambrati, arancio bruciato — stai attivando nel cervello del tuo utente milioni di anni di associazioni evolutive. Per i nostri antenati, quei toni significavano “la giornata finisce, trovati un riparo, accendi un fuoco, rilassati”. Calore, intimità, sicurezza.

Non è che le palette warm “funzionano perché sono carine”. Funzionano perché il cervello umano le processa come un segnale ancestrale di comfort. È neurologia, non estetica. Quando il tuo cliente ti dice “vorrei qualcosa di caldo e accogliente” e tu tiri fuori una palette sui toni dell’ambra e del terracotta, non stai facendo il creativo: stai hackerando un firmware biologico vecchio di 200.000 anni. Che è molto più figo.

Perché il blu “apre” gli spazi (e non è magia)

Hai mai notato che quando metti uno sfondo azzurro chiaro in un design, improvvisamente tutto sembra più “arioso”? Non è un caso, e non è nemmeno un trend di Dribbble. È che il tuo cervello pensa letteralmente “cielo”.

E qui c’è un dettaglio importantissimo che Kennedy spiega bene: il cielo non è blu puro. È azzurro chiaro, cioè un mix di tutti i colori del visibile con predominanza di blu. Se il cielo fosse blu puro, tipo il blu di un pennarello Crayola, sembrerebbe alieno e inquietante. Invece è quel blu desaturato, quasi lavato, che dice al cervello: spazio aperto, nessun pericolo, respira.

Ecco perché quel background #E8F4FD che metti nei tuoi layout funziona. Non perché l’hai visto fare a qualcuno su Behance, ma perché stai replicando inconsciamente la frequenza cromatica dell’atmosfera terrestre. Sei un genio e non lo sapevi. O più probabilmente non lo sapevi e basta, ma fa niente.

La prospettiva atmosferica: i pittori rinascimentali ne sapevano più di te

Leonardo da Vinci l’aveva capito 500 anni fa senza Photoshop, senza monitor calibrato e senza nemmeno l’elettricità: gli oggetti lontani virano verso il blu.

Il motivo è sempre lo stesso: tra te e un oggetto lontano c’è un sacco di atmosfera piena di molecole che deviano i fotoni blu in tutte le direzioni. Quei fotoni blu “extra” si sovrappongono a quello che stai guardando, aggiungendo una velatura azzurra. Più l’oggetto è lontano, più blu gli si accumula davanti.

Guardate qualsiasi paesaggio con montagne in sequenza: le più vicine sono verdi o marroni, quelle intermedie sono grigio-azzurre, quelle lontane sono praticamente ciano sbiadito. Non è un filtro Instagram, è fisica.

Per i designer questo si traduce in una regola semplicissima per creare profondità: gli elementi in primo piano usano colori caldi e saturi, gli elementi sullo sfondo virano verso il freddo e il desaturato. I pittori rinascimentali l’avevano sistematizzato come “prospettiva aerea”. Noi designer del 2025 a volte ce lo dimentichiamo perché siamo troppo impegnati a discutere con il nostro cervello se il border-radius debba essere 8 o 12 pixel.

Perché il viola è “artificiale” (e la porpora costava come un rene)

Ora arriva la parte della storia che mi ha fatto più effetto. La maggior parte dei materiali solidi in natura ha elettroni che vengono eccitati dai fotoni viola e blu (quelli ad alta energia), e li assorbono. Questo significa che in natura i colori dominanti dei solidi sono i caldi: marroni, rossi, ocra, gialli. Il viola e il blu intenso nei solidi sono rari perché richiedono materiali i cui elettroni abbiano proprietà molto specifiche — servono molecole che assorbano i rossi e lascino passare i viola, che è l’esatto contrario di quello che fa la maggior parte della materia.

Per questo nell’antichità la porpora di Tiro valeva letteralmente quanto l’oro: trovare un materiale che producesse quel colore era un’impresa titanica. Servivano migliaia di murici (dei molluschi) per ottenere pochi grammi di pigmento. Il viola era il colore dei re non perché i re avessero buon gusto — su questo ho seri dubbi — ma perché era dannatamente difficile da ottenere.

E questo spiega anche perché, quando usi il viola puro in una palette, il cervello dell’osservatore registra immediatamente “artificiale”, “tecnologico”, “lusso”. Non è una convenzione culturale campata per aria: è che in 200.000 anni di evoluzione i nostri antenati non hanno praticamente mai visto il viola in natura. Quando il tuo cervello lo vede, sa che è roba che non cresce sugli alberi. Letteralmente.

Pensa a chi usa il viola nel proprio branding: Twitch, Cadbury, Yahoo (almeno l’ultima volta che l’ho visitato, ossia nel 2011 forse), una montagna di brand tech e gaming. Non è un caso: il viola comunica “questo non lo trovi in natura, questo è umano, creato, speciale”. Se invece vuoi comunicare “naturale”, “organico”, “sostenibile” e tiri fuori una palette viola elettrico, stai mandando un messaggio in completa contraddizione col tuo obiettivo. È come presentarsi a una cena vegana con una pelliccia: tecnicamente puoi farlo, ma forse non hai capito la serata.

La lezione delle nuvole: troppe voci = rumore bianco

Le nuvole sono bianche. E il motivo, spiega Kennedy, è che le goccioline d’acqua che le compongono sono enormi rispetto alla lunghezza d’onda della luce visibile. A differenza delle molecoline di azoto che deviano selettivamente il blu, le gocce d’acqua funzionano come miliardi di minuscoli prismi: prendono la luce bianca del sole, la fanno rimbalzare in tutte le direzioni e in tutti i colori. Il risultato è che da ogni punto della nuvola ti arrivano tutti i colori in quantità circa uguale. Tutti i colori insieme in parti uguali = bianco.

E qui c’è una lezione di design che mi ha folgorato come Saul sulla via di Damasco: se la tua palette ha molti colori tutti con lo stesso peso visivo, senza gerarchia, senza dominanza, congratulazioni — hai appena creato una nuvola. Rumore bianco cromatico. L’occhio non sa dove guardare e il cervello si arrende.

Una buona palette funziona come un cielo limpido: ha un colore dominante (il blu), un paio di accenti (il bianco delle nuvole, l’arancio all’orizzonte) e tutto il resto è sottotono. Gerarchia, non democrazia. I colori non sono un parlamento.

Il cielo di Marte e la lezione della polvere

Se fin qui pensavi che il discorso valesse solo per il nostro pianeta, ma alziamo la posta e andiamo su Marte. Il cielo marziano è rosso, e il motivo è che l’atmosfera è piena di polvere ricca di ossido di ferro che assorbe il blu e lascia passare solo il rosso. Ma — colpo di scena — il tramonto su Marte è blu. Il contrario esatto della Terra.

Perché le particelle di polvere deviano la luce blu nella stessa direzione in cui stava già andando, mentre spediscono il rosso in giro ad angoli più ampi. Quindi se guardi direttamente verso il sole al tramonto marziano, vedi un alone blu. Il resto del cielo resta rossastro.

È un promemoria brutale che il contesto cambia tutto. Lo stesso principio fisico produce risultati opposti a seconda dell’ambiente. Un concetto che ogni designer dovrebbe tatuarsi sulla fronte: un colore non “è” niente di per sé. È quello che fa nel contesto in cui lo metti. Il rosso che grida “pericolo” sulla segnaletica stradale è lo stesso rosso che dice “passione” su un packaging di cioccolatini. Il blu corporate di LinkedIn è lo stesso blu rilassante di un’app per la meditazione. Non esistono colori buoni o cattivi, esistono contesti in cui funzionano o non funzionano.

Ok questo era un paragone un po’ forzato però in fondo è la verità, io vi dico sempre solo verità, come un paladino legale buono.

Quindi la prossima volta che apri Coolors…

Fermati un secondo. Alza gli occhi dallo schermo e guarda fuori dalla finestra. Quello che vedi — il cielo, le nuvole, i colori del paesaggio che virano con la distanza, la luce che cambia con le ore — è il risultato di miliardi di anni di fisica applicata, testata su un campione di circa 4,5 miliardi di anni di dati. Non esiste A/B test più lungo di questo.

La prossima volta che devi scegliere una palette colori, invece di affidarti al generatore random o all’ennesimo trend che hai visto su Dribbble, chiediti: cosa sta facendo la natura con questi colori? Perché funzionano? Che segnale mandano al cervello?

Non perché la natura sia sacra e inviolabile — mica siamo qui a fare i druidoni. Ma perché capire il perché delle cose è sempre meglio che copiare a caso. Come dice Kennedy: sapere il nome di qualcosa non è capirlo. Capirlo è avere un modello che ti permette di fare previsioni.

E se riesci a prevedere come un colore farà sentire le persone prima ancora di metterlo nel layout, sei passato dal livello “sposto pixel a caso” al livello “so quello che sto facendo”. Che in questo settore è già un traguardo enorme.

P.S. Se questo articolo ti ha fatto sentire in colpa perché hai passato gli ultimi tre anni a scegliere palette colori cliccando “genera” a caso come un primate con un iPad, non preoccuparti: almeno adesso sai che quando il cliente ti chiede “perché hai scelto questi colori?” puoi rispondere “astrofisica” invece di “boh, mi piacevano”.

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