La regola dei terzi: una delle poche skill da grafico che vi serve anche nella vita vera

Tutto è cominciato con una Kallax. Sì, quella libreria di Ikea che avete tutti in casa e che cercate disperatamente di far sembrare meno Ikea mettendoci sopra una pianta di Monstera e un paio di candele profumate. Quella lì.

La scena del crimine è la seguente: io, un sabato pomeriggio, con in mano tre soprammobili di dubbia utilità estetica e una libreria Kallax 4×4 da riempire in modo che sembrasse “curata ma non troppo studiata”. Sì, perché nel 2026 non basta avere una libreria, deve sembrare che l’abbia arredata un interior designer danese con un disturbo ossessivo-compulsivo lieve. Roba che se la metti su Instagram e non prendi almeno 50 like, hai fallito come essere umano.

Ora, io potevo fare come fa il 90% della popolazione mondiale, ovvero piazzare i tre soprammobili a caso e andarmene a guardare qualcosa su Netflix con la coscienza pulita. E invece no. Invece il mio cervello da graphic designer ha deciso di attivarsi proprio in quel momento, come un antivirus che parte durante una call importante, e mi ha detto: “Ehi, e se li mettessimo seguendo la regola dei terzi?”

Mia moglie mi ha guardato come si guarda qualcuno che propone di calcolare la traiettoria balistica ottimale per lanciare un calzino nel cesto della biancheria. Ma io ero già partito. Ho diviso mentalmente la libreria in terzi, ho posizionato i soprammobili nei punti di intersezione, e — giuro sulla mia licenza Adobe — la libreria è passata da “mobile da cameretta di studente fuorisede” a “potenziale sfondo per podcast di lifestyle”. Stesso mobile, stessi soprammobili di dubbio gusto, ma disposti in modo che l’occhio sapesse esattamente dove guardare.

Ed è lì che ho capito che dovevo scriverci un articolo, perché se questa roba funziona pure sulle Kallax, allora funziona davvero ovunque.

Ma cos’è ‘sta regola dei terzi, esattamente?

Ok, spiegazione rapida per chi ha passato le ore di educazione artistica a disegnare peni sui banchi (cioè tutti). La regola dei terzi è un principio di composizione semplicissimo: prendi un’immagine, la dividi con due linee orizzontali e due verticali equidistanti — come una griglia del tris — e posizioni gli elementi importanti lungo quelle linee o, meglio ancora, nei quattro punti in cui le linee si incrociano.

Tutto qui. Non serve una laurea in astrofisica, non serve aver letto Kant, non serve nemmeno saper usare Photoshop. Eppure questo principio banale è alla base di praticamente tutto ciò che trovate bello senza sapere perché.

Ecco perchè nella vostra fotocamera c’è questo fastidioso campo da zero per quando aprite la fotocamera. Servirebbe per aiutarvi a scattare foto migliori.

Da dove salta fuori questa roba

E qui viene la parte interessante, quella che potete usare per fare i fighi all’aperitivo. La regola dei terzi non nasce nel mondo del design, non nasce nella fotografia e non nasce nemmeno nella pittura rinascimentale. Nasce nel 1797, quando un tizio di nome John Thomas Smith — pittore e incisore inglese, uno di quelli che oggi starebbe su Substack a scrivere newsletter sulla composizione paesaggistica — pubblica un libro dal titolo eccitantissimo: “Remarks on Rural Scenery”. Praticamente un manuale su come dipingere le campagne inglesi senza farle sembrare una cartolina da ufficio postale.

Smith scrive, più o meno testualmente, che dividere il quadro in terzi uguali produce risultati più gradevoli che piazzare il soggetto al centro. Una roba che detta così sembra ovvia come dire “non mettere il ketchup sulla carbonara”, ma che nel 1797 era rivoluzionaria.

Il bello è che Smith non se l’è inventata dal nulla. Stava in realtà semplificando un concetto molto più antico e molto più complesso: la sezione aurea. Quel rapporto matematico di 1:1,618 che fa impazzire i matematici e i designer da circa 2400 anni, da quando Euclide lo ha descritto nei suoi Elementi. La regola dei terzi è sostanzialmente la sezione aurea per chi non ha voglia di tirare fuori la calcolatrice. Una versione semplificata, approssimata, praticamente la versione IKEA della proporzione divina. Ed è proprio per questo che funziona così bene: è abbastanza precisa da essere efficace, abbastanza semplice da essere applicabile ovunque — anche su una Kallax, come abbiamo stabilito.

Dove la trovate senza saperlo (e qui vi si apre un mondo)

La regola dei terzi è come il glutammato: è dappertutto, migliora tutto, e il 99% delle persone non sa di consumarla quotidianamente.

Nel cinema: prendete qualsiasi film di Stanley Kubrick. In “Shining”, la famosa scena di Jack Nicholson che sfonda la porta con l’ascia è composta in modo che la sua faccia cada esattamente nel punto di intersezione superiore destro della griglia. Il vostro cervello non lo sa, ma è per quello che quella scena vi ha terrorizzato più di qualsiasi jumpscare di un horror moderno da quattro soldi. Kubrick non metteva mai niente al centro per caso: quando lo faceva, era una scelta deliberata per creare disagio — pensate ai corridoi simmetrici dell’Overlook Hotel. Quando invece voleva guidare l’occhio, usava i terzi come un cecchino usa il mirino.

Wes Anderson è un altro caso interessante, ma al contrario: lui è famoso per la simmetria ossessiva. I suoi film sono composti centralmente quasi sempre, e sapete perché funziona? Perché rompe deliberatamente la regola dei terzi, creando quella sensazione di “mondo artificiale” che è il suo marchio di fabbrica. Per rompere una regola in modo efficace, devi prima conoscerla perfettamente — altrimenti non stai rompendo niente, stai solo facendo un casino.

Nella fotografia: Steve McCurry, quello della ragazza afghana sulla copertina di National Geographic — probabilmente la foto più riconoscibile del Ventesimo secolo — ha posizionato i suoi occhi esattamente sulla linea del terzo superiore. Il risultato è uno sguardo che vi penetra nell’anima come una notifica del commercialista a fine anno. Se avesse centrato il volto nel mezzo del frame, sarebbe stata una bella foto. Con i terzi, è diventata LA foto.

Nei videogiochi: i designer di “The Last of Us” usano la regola dei terzi nelle cutscene per posizionare Joel ed Ellie, creando composizioni che sembrano inquadrature cinematografiche. Non è un caso che quel gioco vi abbia fatto piangere come fontane: la composizione visiva contribuisce all’impatto emotivo almeno quanto la sceneggiatura.

Nella natura: e qui viene il colpo di scena degno di M. Night Shyamalan (quello dei primi film, non quelli brutti). La regola dei terzi funziona perché il nostro cervello è programmato biologicamente per trovare gradevoli le proporzioni che si avvicinano alla sezione aurea. E la sezione aurea è ovunque in natura: nella spirale del nautilus, nella disposizione dei semi di girasole, nella struttura delle galassie a spirale, nella proporzione tra le falangi delle vostre dita. Praticamente l’universo intero è stato progettato da qualcuno che conosceva la regola dei terzi. O, per dirla in modo meno mistico: il nostro cervello si è evoluto per milioni di anni circondato da queste proporzioni, quindi le trova naturalmente gradevoli. È come chiedere a un napoletano se gli piace la pizza: non è una preferenza, è genetica.

Come usarla nel design (senza diventare un robot)

Ok, e quindi come si applica questa roba quando devi progettare qualcosa che non sia la disposizione dei soprammobili sulla libreria?

Nel graphic design la regola dei terzi è quel coltellino svizzero che tiri fuori quando devi decidere dove mettere un titolo, dove posizionare il soggetto principale di un’immagine, o dove piazzare quella maledetta call-to-action che il cliente vuole “grande ma non troppo grande, visibile ma elegante” — che è un po’ come chiedere di urlare sottovoce.

L’applicazione più immediata è nel layout: posizionate gli elementi chiave lungo le linee dei terzi o nei punti di intersezione, e il vostro design avrà immediatamente un equilibrio che prima non aveva. Non sto dicendo che diventerà automaticamente bello — se il contenuto è una merda, la regola dei terzi non fa miracoli, esattamente come un buon piatto non salva un ristorante con i bagni sporchi — ma la composizione sarà solida.

La cosa più importante da capire, però, è che la regola dei terzi non è una legge. È una linea guida, un punto di partenza, una rete di sicurezza. I migliori designer la conoscono così bene da sapere esattamente quando e come infrangerla. È come la grammatica: devi conoscerla perfettamente per poterla violare con stile. Altrimenti non sei Cormac McCarthy che sceglie di non usare le virgolette nei dialoghi, sei solo uno che non sa la grammatica.

La regola dei terzi è ovunque (e adesso non riuscirete più a non vederla)

Vi avverto: dopo aver letto questo articolo, la vostra vita cambierà in peggio. Comincerete a vedere griglie immaginarie ovunque. Guarderete un film e invece di godervi la trama penserete “ah, guarda, il protagonista è sul terzo destro”. Aprirete Instagram e analizzerete la composizione di ogni foto di brunch. Andrete a una mostra e invece di fingere di capire l’arte contemporanea, fingerete di capire la composizione (che è comunque un upgrade).

E la prossima volta che dovrete arredare una libreria Kallax, saprete esattamente dove mettere quei tre soprammobili inutili. Che poi è l’unica skill che conta davvero nella vita.

P.S. Se questo articolo vi ha fatto venire voglia di riorganizzare tutta casa secondo la regola dei terzi, non preoccupatevi: è una fase che passa. Di solito entro sei-otto mesi, o quando il vostro partner minaccia il divorzio perché avete spostato il divano per la quarta volta in una settimana “perché non era allineato al terzo inferiore del soggiorno”.

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