Le 4 sfide di ogni designer (e come puoi provare a venirne a capo senza bestemmie)

Ogni grafico ci è passato e ci passa ogni giorno. Ci sono situazioni che possono farti rimpiangere di aver scelto questo lavoro e che ti fanno pensare che forse l’idea di fare quel bel concorso pubblico che da sempre caldeggia tuo padre non fosse poi così sbagliata (spoiler, non lo era in ogni caso).

1. Il blocco creativo (o come odiare il tuo lavoro dei sogni)

Sai quella sensazione quando fissi lo schermo bianco di Figma come se contenesse i segreti dell’universo? Ecco, quello è il blocco creativo, ed è il Worst. Feeling. Ever. È come avere Netflix ma non sapere cosa guardare, solo che ti pagano per decidere (e stai fallendo miseramente).

La soluzione che non vuoi sentire: Esci dalla tua comfort zone. Sì, è scomodo come sembra. Fai qualcosa di completamente nuovo. Se di solito fai minimal, prova il massimalismo. Se fai UI, prova il lettering. Se fai loghi, prova… beh, hai capito.

2. Il cliente che non sa cosa vuole (ma lo saprà quando lo vedrà)

“Voglio qualcosa di fresco ma professionale, giovane ma serio, moderno ma senza tempo.” Grazie, molto utile. Potevi dire direttamente “non ho la più pallida idea di cosa voglio” e risparmiare ossigeno.

Come sopravvivere: Stressa il tuo PM o chi si occupa della relazione con il cliente. Se sei tu stesso, beh, chiama il cliente. Se non c’è modo di ottenere un briefing più preciso, puoi chiedere esempi di brand che gli piacciono, altrimenti, meglio così, vuol dire che potrai fare di testa tua e creare roba figa senza opinabili reference a cuci fare fronte. Fai qualcosa che piace a te. Spesso siamo ossessionati da quello che vuole il cliente, ma a volte il cliente ha solo fiducia in te (e se alla fine non era così ma almeno ti sei divertito). C’è differenza tra non sapere esprimere le esigenze aziendali in modo chiaro e fidarsi ciecamente del lavoro di un professionista, un grafico vive tutta la sua carriera in un punto imprecisato compreso tra questi due opposti. Il tuo compito è fare un lavoro così figo che se il cliente aveva già un’idea di quello che voleva se la dimenticherà appena vedrà il tuo lavoro.

3. Troppi chef in cucina (o l’apocalisse del feedback)

Il cliente ha coinvolto:

  • Il suo capo
  • La moglie del suo capo
  • Il figlio dodicenne della moglie del suo capo che “sa usare Photoshop”
  • Il gatto del figlio che “ha un occhio per il design”

Una volta mi è capitato che per la scelta del logo di un cliente questi abbia mostrato la mia presentazione ad un gruppo di “120 persone di fiducia”. Davvero.

La via d’uscita: Usa i materiali dell’azienda per creare qualcosa che rifletta davvero i loro valori. È più difficile criticare qualcosa che urla “questo è letteralmente il vostro brand”. Il cliente riuscirà lo stesso a rovinarlo con i suoi feedback stupidi, però almeno voi avrete fatto un lavoro a prova di bomba.

4. La sindrome dell’impostore al contrario (o come capire che non sei solo tu contro il mondo)

Quando devi difendere le tue scelte di design davanti a persone che pensano che Comic Sans sia “professionale e giocoso allo stesso tempo”, il problema non è solo la loro ignoranza in tipografia. È che spesso noi designer ci chiudiamo nella nostra torre d’avorio di Figma, dimenticando che il design è solo un pezzo di un puzzle molto più grande.

Perché dovresti interessarti agli altri reparti: Non per fare il loro lavoro (hanno già abbastanza problemi), ma per capire come il tuo lavoro influenza il loro – e viceversa. È come essere in una band: non devi saper suonare tutti gli strumenti, ma devi capire come il tuo suona con gli altri.

Quando conosci come funziona il content team, per esempio, smetti di creare quei layout rigidi che vanno in pezzi appena qualcuno prova a inserire un testo vero al posto del Lorem Ipsum. Quando capisci come ragiona un developer, eviti di presentare design che richiederebbero di riscrivere mezza codebase solo per un effetto hover particolare.

Le competenze trasversali che servono davvero:

  • Capire il flusso di lavoro degli altri team (così sai perché il copywriter ti odia quando gli dai due ore per scrivere 50 headline)
  • Conoscere i limiti tecnici (così non proponi pagine che farebbero crescere il DOM del sito come l’inflazione del Venezuela)
  • Saper parlare la lingua degli altri reparti (così quando il PM dice “sprint” non pensi al weekend di F1 che sta per arrivare)

Non si tratta di diventare un one-man-show, ma di essere un designer che sa come il suo lavoro si inserisce nel quadro generale. È la differenza tra essere un solista che suona ignorando l’orchestra e un musicista che sa quando è il momento di brillare e quando di accompagnare.

P.S. E la prossima volta che qualcuno del team tech ti dice “non si può fare”, almeno saprai se ti sta prendendo in giro o se davvero quel gradient animation a 120fps farebbe esplodere i telefoni degli utenti.

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