Se pensate che le Olimpiadi di oggi siano solo mascotte cartoon e sponsor ovunque, dovete fare un salto nel 1968. Le Olimpiadi di Città del Messico hanno regalato al mondo il design più avanti dei suoi tempi: minimal prima che esistessero i millennial, pattern indigeni prima di Urban Outfitters, e una disputa sulla paternità degna di una puntata di Forum.
La battaglia del “l’ho fatto io”
Da una parte abbiamo Lance Wyman, il designer americano che arriva in Messico a 29 anni con un biglietto di sola andata e la capacità di “fare icone”. Dall’altra Pedro Ramírez Vázquez, l’architetto messicano e presidente del comitato organizzatore, che sostiene che l’idea fosse sua. In mezzo? Solo una stretta di mano. Sì, uno dei design più influenti del XX secolo è stato gestito con la stessa formalità con cui compri una macchina usata da tuo cugino.
Come un americano squattrinato ha creato il design più messicano di sempre
Wyman aveva esattamente due settimane per creare qualcosa di decente. Il brief del comitato olimpico messicano era semplice: “Fai qualcosa di messicano che NON sia un tizio con il sombrero che dorme sotto un cactus”. Niente pressione.
Ed è qui che succede la magia: guardando i cinque cerchi olimpici, Wyman fa quello che ogni buon designer sa che non si dovrebbe MAI fare – ci si mette a giocare. Sovrappone il “68”, gioca con le linee, praticamente violenta ogni regola sacra sul rispetto dei loghi istituzionali. È come se qualcuno avesse preso la Gioconda e ci avesse disegnato i baffi… ah no, quello l’aveva già fatto Duchamp.
“Ho probabilmente infranto ogni regola possibile su come trattare un logo corporate”, ha ammesso Wyman stesso. Ma è proprio questo il bello: a volte devi ignorare il manuale per scrivere la storia.
L’appropriazione culturale che ha funzionato
Invece di passare il tempo a fotografare tacos per Instagram (che nel ’68 non c’era ancora, poverini), Wyman si fionda nel Museo di Antropologia a studiare l’arte precolombiana e i pattern Huichol come uno studente la notte prima dell’esame. Il risultato? Un sistema di design talmente “autentico” che ancora oggi fa sembrare basic tutti gli altri loghi olimpici.
Quando il tuo logo diventa un’arma
E qui succede la magia nera del design: gli studenti hanno preso quel sistema visivo perfettino e l’hanno trasformato in un’arma di denuncia. Mentre il governo distribuiva adesivi con candide colombe della pace da attaccare alle vetrine dei negozi, i manifestanti passavano di notte a spruzzarci sopra macchie di vernice rossa. Dove il comitato olimpico vedeva atleti che saltavano, loro ci vedevano poliziotti con i manganelli. Un caso di appropriazione creativa che ha trasformato il simbolo dell’orgoglio nazionale nel suo esatto opposto. Un po’ come se il tuo ex usasse la playlist che avevi fatto per il vostro anniversario al suo matrimonio con un altro – geniale e brutale allo stesso tempo.
Chi ha ragione?
Cinquant’anni dopo, la questione della paternità del design è ancora aperta. La famiglia di Ramírez Vázquez conserva documenti e schizzi come se fossero le Tavole della Legge, mentre Wyman continua a dire che l’idea del logo era sua. Ma forse la verità sta nel mezzo: come ogni grande design, Mexico 68 è stato il risultato di un lavoro di squadra, anche se nessuno della squadra sembra volerlo ammettere. In fondo, è perfettamente in tema con lo spirito olimpico: non importa chi vince, l’importante è partecipare (e poi litigare per 50 anni su chi ha avuto l’idea).
L’eredità di un precario
Alla fine, questa è la storia di un giovane designer che ha infranto tutte le regole possibili – dal comprare solo un biglietto di andata al maltrattare un logo sacro – e ha creato qualcosa che è andato ben oltre le sue intenzioni. Un design nato per unire che è diventato strumento di protesta, un simbolo di pace che ha documentato un conflitto, un’identità messicana creata da un americano che non parlava spagnolo.
P.S. Se dopo aver letto questo articolo state pensando di ignorare tutte le regole del vostro prossimo progetto, ricordatevi che per ogni Mexico 68 ci sono migliaia di design terribili nati dalla stessa premessa. Ma ehi, chi non risica non rosica, no?

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