Tenetevi forte perché oggi vi regalo uno di quegli articoli – o long form come va di moda dire adesso per sembrare gente seria – che vi faranno fare un figurone al prossimo aperitivo con i colleghi grafici. E se magari l’aperitivo è un appuntamento galante con un graphic designer, ancora meglio, vi assicuro che con questi aneddoti farete colpo sull’interessat*.
Ti sei mai chiesto perché alcuni font si chiamano “Grotesk” o da dove viene il termine Italic? Che c’entra con l’Italia? Tranquillo, non sei solo. La maggior parte dei designer usa termini come Sans, Serif, Gothic e Slab con la stessa disinvoltura con cui si ordina una Romana in pizzeria. Ma perché proprio romana?
Allora facciamo un bel viaggio nella storia della tipografia, che è un po’ come fare un viaggio nella storia dell’umanità, solo con più gente che litigava su quanto dovessero essere grosse le grazie sulle lettere.
Serif: nessuno sa davvero da dove viene
Iniziamo dal termine più basilare di tutti, quello che divide l’umanità tipografica in due fazioni più inconciliabili dei fan di Marvel e DC: serif.
La cosa esilarante è che nessuno sa con certezza da dove venga questa parola. Sul serio. È come il finale di Inception: ognuno ha la sua teoria e tutti sono convinti di avere ragione.
L’ipotesi più gettonata è che derivi dall’olandese schreef, che significa “tratto” o “linea”. Un’altra teoria lo fa risalire al latino medievale cerificus, cioè “ceroso”, dai tratti che si facevano scrivendo sulle tavolette di cera. C’è pure chi tira in ballo l’italiano sgraffiare attraverso il verbo olandese schrafferen. Insomma, un casino etimologico degno di una puntata di Chi l’ha visto.
Quello che sappiamo è che la parola “serif” compare per la prima volta in forma scritta intorno al 1830, mentre il termine “sans serif” risulta documentato già nel 1832. Le grazie stesse, invece, quelle esistono da quando i romani scolpivano lettere nella pietra, probabilmente seguendo i segni lasciati dal pennello con cui tracciavano le lettere prima di inciderle. Duemila anni di storia e ancora non ci siamo messi d’accordo sul nome. Tipico.
Sans: l’unico termine onesto della tipografia
Sans viene dal francese e significa semplicemente “senza”. Sans-serif = senza grazie. Fine.
È l’unico termine tipografico che fa esattamente quello che dice sulla scatola, tipo quando ordini una margherita e ti arriva una margherita. Nessun sottotesto, nessun mistero etimologico, nessun dibattito accademico. Solo i francesi potevano regalarci un momento di chiarezza in un settore dove tutto il resto è un rebus.
Vincent Figgins, un fonditore di caratteri inglese, lo usa nel suo catalogo nel 1832 ed è il primo uso documentato del termine. Sans serif. Senza fronzoli, senza grazie, senza complicazioni. Se solo tutto nella vita fosse così trasparente.
Grotesk: quando ti danno del mostro e tu ne fai un brand
Ecco, qui la storia diventa divertente. Sai perché certi font si chiamano Grotesk (o Grotesque in inglese)? Perché quando sono apparsi i primi caratteri senza grazie, all’inizio dell’Ottocento, la gente li ha guardati e ha detto: “che roba grottesca.”
Non sto scherzando. Per secoli tutti avevano usato caratteri con le grazie – quei piedini eleganti alle estremità delle lettere – ed erano così abituati a quello stile che quando nel 1816 è apparso il primo sans-serif nel catalogo della fonderia Caslon, la reazione generale è stata più o meno quella di tua nonna quando le fai vedere TikTok.
William Thorowgood, un fonditore inglese, intorno al 1832 inizia a vendere i suoi caratteri senza grazie con il nome “Grotesque”, e il termine attecchisce. Secondo Monotype, la parola deriva dall’italiano grottesco, che significa “appartenente alla grotta” – un modo carino per dire che queste lettere sembravano primitive, rozze, da cavernicoli del design rispetto ai raffinati serif dell’epoca.
La cosa geniale è che un insulto è diventato un nome di genere. È come se qualcuno ti dicesse “sei un cesso” e tu ci facessi una linea di abbigliamento di successo. I tedeschi hanno adottato il termine nella forma Grotesk, e da lì sono nati capolavori come l’Akzidenz-Grotesk (1898), che a sua volta ha ispirato l’Helvetica. In pratica, il font più usato al mondo discende da un insulto. Se non è poesia questa.
Gothic: il termine più confuso della storia della tipografia
Se pensi che Gothic si riferisca a quei caratteri medievali spigolosi tipo Bibbia di Gutenberg, a certe condizioni hai ragione. Ma se pensi che si riferisca ai sans-serif come Franklin Gothic o Century Gothic, hai ugualmente ragione. Benvenuto nel meraviglioso mondo della tipografia, dove la stessa parola significa due cose completamente diverse a seconda di dove ti trovi.
Facciamo ordine. Il termine “gotico” nella tipografia nasce nel Quattrocento italiano, durante il Rinascimento. Gli umanisti italiani usavano la parola come insulto verso la scrittura blackletter dei manoscritti medievali tedeschi: “gotico” era sinonimo di “barbaro” (dai Goti, il popolo germanico che aveva contribuito alla caduta dell’Impero Romano). In pratica era l’equivalente rinascimentale di dire “che schifo, sembra fatto da un barbaro” – e in effetti i Goti erano letteralmente barbari, quindi il cerchio si chiude.
Poi nel 1837 la Boston Type and Stereotype Foundry decide, nella sua infinita saggezza, di usare il termine “Gothic” per chiamare i propri caratteri sans-serif. Perché? Il motivo preciso non è del tutto chiaro, ma probabilmente deriva dal fatto che “gotico” in architettura indicava qualcosa di “non greco e non romano”, quindi diverso dalla norma classica. E siccome i sans-serif erano diversi dai caratteri tradizionali, ecco il collegamento.
Il risultato è che oggi “Gothic” in Europa significa blackletter (i caratteri medievali spigolosi), mentre in America e in Giappone significa sans-serif (quelli puliti e moderni). Due continenti e mezzo, due significati opposti, zero logica. È come se la parola “football” significasse uno sport in cui usi i piedi in Europa e uno in cui usi le mani in America. Ah no aspetta, è proprio così e anche lì ha molto più senso quello che facciamo in Europa.
Italic: sì, c’entra davvero l’Italia
Ok, questa è la nostra. Italic viene proprio dall’Italia, e per una volta possiamo gonfiare il petto con orgoglio patriottico invece di vergognarci per i risultati del PISA.
La storia è questa: siamo a Venezia, intorno al 1500-1501. Aldus Manutius (Aldo Manuzio per gli amici), uno stampatore-editore geniale, commissiona al suo incisore Francesco Griffo da Bologna un nuovo carattere tipografico. Manutius voleva creare una serie di libri piccoli e tascabili – i pocket book dell’epoca, praticamente i Kindle del Rinascimento – e per farlo aveva bisogno di un carattere che imitasse la calligrafia corsiva usata dagli intellettuali e dai cancellieri dell’Italia meridionale.
Questa calligrafia, chiamata cancelleresca, aveva radici ancora più antiche: si fa risalire a Niccolò de’ Niccoli, uno studioso fiorentino del primo Quattrocento che aveva iniziato a inclinare e abbellire le sue lettere quando voleva scrivere in modo più rapido e rilassato. Nel giro di qualche decennio, il suo stile era diventato la scrittura ufficiale degli intellettuali e degli scribi professionisti dell’Italia meridionale.
Manutius e Griffo trasformano questa calligrafia in caratteri da stampa, e il risultato è un successone. I concorrenti iniziano a copiarli, e per dare un nome a questo nuovo stile senza ammettere apertamente il plagio, lo chiamano italic, cioè “italiano”, dal paese dove era nato. In Italia lo chiamavamo aldino, dal nome di Aldo Manuzio.
La cosa assurda è che i primi corsivi erano font indipendenti: solo minuscole, niente maiuscole, niente numeri, niente punteggiatura. Le maiuscole venivano prese da qualunque font romano il tipografo avesse a disposizione. È solo nel Seicento che il corsivo diventa parte integrante di una famiglia tipografica. In pratica, per quasi due secoli il corsivo era tipo Fenix ne I Cavalieri dello Zodiaco: compariva quando gli pareva, faceva il suo e se ne andava per i fatti suoi senza dare spiegazioni a nessuno. Gli altri cavalieri a fare squadra, lui a fare il lupo solitario. Poi nel Seicento qualcuno l’ha convinto a restare e gli ha dato ufficialmente l’armatura con le maiuscole.
Book: il peso che fa esattamente quello che dice (quasi)
Se hai mai scaricato una famiglia di font con trenta pesi diversi, ti sarai imbattuto nel peso Book. E ti sarai chiesto: “ma che c’entra un libro?”
C’entra eccome, ed è forse il nome più letterale di tutti: “Book” indica un peso del carattere ottimizzato per la composizione di testi continui, cioè per i libri. Non è troppo leggero (come Light) né troppo pesante (come Medium). È quel peso perfetto che non affatica l’occhio dopo 300 pagine di lettura.
La gerarchia classica dei pesi va più o meno così: Thin, Light, Book, Regular, Medium, Semibold, Bold, Extra Bold, Black, Ultra. Ma naturalmente, siccome la tipografia è quel posto magico dove nessuno si mette d’accordo su niente, le posizioni di “Book” e “Regular” variano da fonderia a fonderia. A volte Book è più leggero di Regular, a volte sono intercambiabili, a volte Book nemmeno esiste. È un po’ come il sistema delle taglie dell’abbigliamento: la M di Zara è la L di H&M è la S di qualche brand italiano, l’unico modo per capirci qualcosa è provarle, un po’ come i font.
Black: non è quello che pensi
Il peso Black non ha nulla a che fare con il colore. In tipografia, “black” indica il peso più pesante (o quasi) di una famiglia di font: quello con i tratti più spessi, più densi, più “neri” sulla pagina. In pratica, se Bold è un caffè macchiato, Black è un espresso triplo ristretto che ti fa tremare le mani.
Curiosità: nell’Asia orientale, il termine “black” (黑体 in cinese, Hēitǐ) viene usato per indicare i caratteri senza grazie in generale, non il peso. Quindi se in Cina dici “font nero” non stai parlando del peso ma dello stile. Altro giro, altra corsa nella giostra della confusione tipografica internazionale.
Slab: la grazia che ha mangiato troppo
I Slab serif (a volte chiamati “Egiziani”, e tra un attimo vi spiego perché) sono quei font con le grazie grosse, squadrate e spesse come mattoni. Il termine slab in inglese significa proprio “lastra” o “blocco”, e descrive perfettamente l’aspetto di queste grazie: niente curve eleganti, niente sottigliezze. Solo blocchi squadrati appiccicati alle estremità delle lettere, come se qualcuno avesse preso un font serif e gli avesse dato da mangiare per tre mesi di fila.
Compaiono intorno al 1817, creati per rispondere alle esigenze del mercato pubblicitario che stava esplodendo in quell’epoca: servivano caratteri che attirassero l’attenzione, che urlassero dalla pagina, che ti prendessero per il bavero del cappotto e ti obbligassero a leggere. E i slab serif facevano esattamente questo.
La cosa divertente è il nome alternativo: Egyptian. Vincent Figgins nel 1815 chiama il suo primo slab serif “Figgins Antique”, ma il termine “Egyptian” si diffonde rapidamente. Perché “egiziano”? Nessuno lo sa con certezza, ma l’ipotesi più accreditata è che all’inizio dell’Ottocento c’era una vera e propria egittomania in Europa, alimentata dalle campagne napoleoniche in Egitto. Tutto ciò che era grosso, pesante e monumentale veniva associato all’Egitto. È un po’ come quando negli anni Duemila qualsiasi cosa vagamente tecnologica veniva chiamata “i-qualcosa” grazie a Steve Jobs.
Roman: le lettere dell’Impero (ma non quello di Star Wars)
Roman (o “romano”) in tipografia indica i caratteri dritti, non inclinati, in contrapposizione al corsivo (italic). Il nome viene dalle iscrizioni dell’antica Roma – pensate alla Colonna Traiana, quella meraviglia di ingegneria e calligrafia che è stata scolpita nel 113 d.C. e che nel 1989 Carol Twombly ha trasformato nel font Trajan, quello che vedete su praticamente ogni locandina di film hollywoodiano da trent’anni a questa parte.
I primi tipografi italiani del Rinascimento, come Nicolas Jenson a Venezia nel 1470, crearono caratteri ispirati alla calligrafia umanistica italiana, che a sua volta si ispirava alle iscrizioni romane antiche. Questi caratteri, puliti e leggibili, si contrapponevano ai blackletter gotici usati da Gutenberg e divennero lo standard in tutta Europa (tranne in Germania, dove il blackletter resistette fino al 1941, quando Hitler – sì, proprio lui – lo bandì ufficialmente, in uno dei plot twist più assurdi della storia della tipografia).
Quando vedi “Roman” nel nome di un font, quindi, non stai leggendo un tributo a Russell Crowe nel Gladiatore: stai guardando un riferimento a duemila anni di tradizione calligrafica che parte dalla pietra del Foro e arriva al tuo schermo.
Display: fatto per urlare, non per leggere
I font Display sono progettati per essere usati in grande, per i titoli, i poster, le insegne – non per il corpo del testo. Il termine è abbastanza autoesplicativo: sono font “da esposizione”, fatti per essere visti da lontano e fare effetto.
Nell’era dei caratteri in piombo e in legno, i font display erano spesso realizzati in legno (wood type) invece che in metallo, perché a quelle dimensioni il metallo sarebbe stato troppo pesante. Con il digitale il termine ha perso un po’ della sua specificità tecnica ed è diventato più una raccomandazione d’uso, tipo quell’etichetta sui vestiti che dice “lavare a 30 gradi” e che tutti ignorano sistematicamente.
La morale della favola tipografica
Se c’è una cosa che emerge da questo viaggio nei nomi dei font è che la tipografia è il riflesso perfetto dell’umanità: un casino organizzato dove la stessa parola significa tre cose diverse a seconda di chi la usa, dove gli insulti diventano nomi di genere, dove un tizio a Venezia 500 anni fa ha influenzato il modo in cui scrivi le email oggi, e dove nessuno – ma proprio nessuno – si è mai messo d’accordo su niente.
Ed è bellissimo così.
P.S. Se questo articolo vi ha fatto venire voglia di andare a controllare i nomi di tutti i font che avete usato nell’ultimo progetto per capire cosa significano davvero, congratulazioni: avete appena scoperto una nuova forma di procrastinazione. Come se ne avessimo bisogno.

Lascia un commento