Perché il design è personale (e chi dice il contrario fa un lavoro di merda)

Sentite questa: quindicenne di un paesino sperduto della Sicilia va dalla professoressa di orientamento del liceo scientifico e le dice “Prof, voglio fare qualcosa di creativo nella vita, tipo il designer”. E sapete cosa gli risponde questa genio dell’orientamento professionale? “Guarda, con la situazione che c’è qua, meglio se fai Economia. O magari il concorso in Poste. Cercano sempre”.

Ora, prima che partiate con i forconi: nulla contro Poste Italiane o contro Economia. Il problema non è il lavoro in sé. Il problema è quel sottotesto che dice “Lascia perdere i sogni, pensa a trovare il posto fisso”. Che tradotto dal siciliano-burocratese significa: “Sei un sognatore del cazzo, mettiti l’anima in pace e fai come tutti gli altri”.

“Il Business Non È Personale” (E Altre Stronzate Che Ci Raccontiamo)

Vi sarà capitato di sentire questa frase almeno un milione di volte: “È solo business, non prenderla sul personale”. Di solito detta da qualche manager in giacca e cravatta che pensa che l’empatia sia una marca di biscotti. Beh, ho una notizia per voi: è la più grande cazzata mai inventata dopo i funghi sull’ananas della pizza.

E sapete perché? Perché il design è personale quanto una discussione sulla carbonara con la panna. Non puoi progettare qualcosa di buono se non te ne frega un cazzo delle persone che lo useranno. È come cucinare senza aver mai assaggiato il cibo: puoi seguire tutte le ricette che vuoi, ma alla fine farai comunque schifo.

L’Elefante nella Stanza: Il Gatekeeping nel Design

Il mondo del design e dell’UX ha un problema di gatekeeping grande quanto il debito pubblico italiano. C’è sempre qualche illuminato pronto a dirti che non sei abbastanza. Non hai fatto il Politecnico? Non sei un vero designer. Non usi l’ultimo tool alla moda? Sei obsoleto. Non segui il metodo del momento? Sei un dinosauro.

È come se per fare una pasta al pomodoro dovessi per forza aver studiato all’Alma con Bottura. Spoiler: anche tua nonna fa una pasta al pomodoro della madonna, e probabilmente non sa nemmeno cosa sia il molecular cooking.

La Sindrome dell’Impostore (O Come Ho Imparato ad Amarla)

Se mentre lavori ti senti un impostore, come se da un momento all’altro qualcuno potrebbe scoprire che sei una fregatura, ho due notizie per te. La cattiva è che quella sensazione non se ne andrà mai del tutto. La buona è che è la prova che non sei diventato uno di quegli stronzi che pensano di sapere tutto.

È come quando cucini per gli amici: se ti preoccupi che il piatto non sia perfetto, probabilmente ci stai mettendo il cuore. Se invece pensi di essere il nuovo Cannavacciuolo, probabilmente stai per servire una schifezza.

Perché Il Design DEVE Essere Personale

Il design non è solo mettere quattro bottoni su una schermata o scegliere il font che va di moda su Dribbble questa settimana. Il design è come fai sentire le persone quando usano quello che hai creato. È come risolvi i loro problemi. È come rendi le loro giornate un po’ meno di merda.

Pensate a quando andate in un ristorante: la differenza tra un posto dove ti senti a casa e uno dove ti senti un numero non sta solo nel cibo. Sta in mille piccoli dettagli che qualcuno ha pensato per te. Quello è design, ed è maledettamente personale.

Come Sopravvivere (E Prosperare) in Questo Mondo di Stronzi

La verità è che avete due strade: potete ascoltare chi vi dice di “essere realisti” e finire a fare un lavoro che odiate, o potete usare quella rabbia come carburante. Quella prof delle superiori che vi ha detto che non ce l’avreste fatta? Quel parente che continua a chiedervi “Ma quando ti trovi un lavoro vero?”? Trasformate tutto in motivazione.

Non serve essere i più bravi. Non serve essere i più fighi. Serve solo essere abbastanza incazzati da voler dimostrare che si sbagliavano.

In Conclusione

Se qualcuno vi dice che il design non deve essere personale, probabilmente è la stessa persona che mette il ketchup sulla pasta. Non fidatevi.

Il design È personale. DEVE essere personale. Perché se non ci metti il cuore, se non ci metti la passione, se non ci metti un po’ della tua storia… beh, stai solo facendo un lavoro. E di lavori ce ne sono già abbastanza.

P.S. Se questo articolo non vi ha fatto incazzare almeno un po’, probabilmente siete parte del problema. Ma ehi, non è mai troppo tardi per iniziare a fregarsene davvero. A meno che non siate quelli che mettono l’ananas sulla pizza. In quel caso, mi dispiace, ma per voi non c’è speranza.

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