Il tecnico del ritocco (o come sei passato da creativo a carrozziere)

C’è un momento preciso in cui te ne accorgi, un po’ come quando ti accorgi che stai invecchiando perché improvvisamente il volume del bar ti sembra troppo alto. Non c’è un cartello che ti dà il benvenuto nella tua nuova vita, è più uno scivolamento lento, come quando guardi la settima stagione di una serie che dovevi mollare alla terza ma ormai ci sei dentro. Apri il file che ti manda il cliente e non è più una pagina bianca ad aspettarti come un cavallo imbizzarrito da domare. È già qualcosa. Un logo abbozzato che sembra il prototipo scartato di un’azienda di criptovalute, un layout di un sito con la stessa coerenza di chi è di Palermo e vota Lega, una headline che suona quasi come dovrebbe suonare una headline ma con la stessa naturalezza con cui io mi esprimo in francese dopo non averlo ripassato dalle scuole medie. E il tuo compito, quello per cui in teoria ti pagano, non è più inventare qualcosa dal nulla. È raddrizzare i dentini storti a un progetto già nato storto, sistemare la spaziatura, far sembrare che dietro ci sia stato un umano con un’idea invece di un prompt scritto di fretta tra una call e l’altra.

Complimenti, sei diventato un carrozziere.

Solo che tu non hai scelto la carrozzeria. Tu volevi disegnare l’auto, magari pure guidarla al Gran Premio, e invece ti ritrovi tutto il giorno con la levigatrice in mano a stuccare ammaccature fatte da altri, con la stessa soddisfazione professionale di Chandler Bing quando gli chiedono cosa fa nella vita (questa è solo per vecchi over 40 come me).

Sia chiaro, il problema non è l’intelligenza artificiale in sé, quella storia l’abbiamo già smontata e rimontata altrove come un mobile Ikea storto, e non ho nessuna voglia di fare la ramanzina da nonno che si lamenta di Tik Tok. Il problema è più subdolo: stai disimparando la parte del mestiere che contava di più, quella di avere idee partendo dal niente, e come per qualunque muscolo che non alleni più, quello si atrofizza esattamente come le gambe di chi lavora da casa in pantofole dal duemilaventi. Poi un giorno ti ritrovi davanti a un foglio davvero bianco, senza nulla da correggere, e ti prende la stessa ansia da prestazione di quando ti hanno tolto le rotelle dalla bici e tuo padre ti ha detto “vai, che è facile”.

Quello che nessuno ti aveva raccontato del fare il creativo

Ti ricordi quando pensavi che fare il designer significasse passare le giornate a inseguire l’ispirazione con l’aria trasognata del tizio di un film indie francese, sorseggiando un caffè filosofico mentre il genio ti scendeva addosso come una manna divina? Bene, la realtà che si sta affermando adesso assomiglia più a quella del pronto soccorso della domenica sera, dove arrivano pazienti già mezzo curati da uno sconosciuto trovato su internet e tu devi solo stabilizzarli prima che qualcuno faccia troppe domande. Il talento richiesto non è più concepire, è certificare. Metterci la firma sopra un’idea che non è tua, un po’ come quando il tuo compagno di scuola copiava il tema e ti chiedeva solo di correggergli gli accenti, giurando che era tutta farina del suo sacco.

E qui arriva la parte davvero perfida: quella scintilla che scatta mentre stai lavorando a tutt’altro, la scoperta per sbaglio che diventa l’idea migliore del progetto, semplicemente non ha più lo spazio per succedere. Non ci sono più le passeggiate nel bosco creativo dove ti perdi apposta e trovi il tesoro per caso, tipo Frodo se invece di distruggere l’anello si fosse fermato a sistemare il font sulla mappa della Terra di Mezzo. C’è solo il sentiero già tracciato da qualcun altro, da correggere ai bordi con il pennello più piccolo che hai.

Chef non è che mi aggiusta la mia minestra?

Prova a immaginare la scena, un po’ alla Ratatouille ma con meno topi simpatici: entri in un ristorante stellato, ti siedi con aria soddisfatta e porgi allo chef un piatto che hai già cucinato tu a casa, bruciacchiato e con la pasta scotta come dopo un esperimento fallito di MasterChef, chiedendogli gentilmente di “sistemarlo un pochino”. Lo chef, con ogni probabilità, ti farebbe accompagnare fuori dal locale con le buone o con le cattive, magari pure con il coltello ancora in mano. Eppure noi designer, quando ci capita la stessa identica scena applicata al nostro mestiere, ci sediamo composti come educande e iniziamo a rigirare la forchetta nel piatto bruciato mormorando “vediamo cosa si può fare”. Ci siamo lasciati spostare, nel giro di pochissimi anni, dalla casella “chi crea le idee” alla casella “chi ripara gli scarti delle idee altrui”, con la stessa rassegnazione con cui accettiamo che Netflix ci abbia tolto la possibilità di guardare un episodio senza che parta in automatico il successivo quando prima ci gustavamo i titoli di coda che erano pure fighi. Ricordo ancora Out of time man sul finale del pilota di Breaking Bad.

E allora che si fa

Qui non c’è la soluzione miracolosa da vendere in tre rate a tasso zero con un servizio clienti pessimo, ma c’è una cosa concreta e alla portata di tutti: bisogna tenersi stretto, con la stessa ostinazione con cui si tiene in vita una pianta grassa nonostante ogni tentativo contrario, almeno un progetto dove il primo segno sul foglio lo fai ancora tu, senza che nessuno ti abbia già preparato la tovaglia apparecchiata. Un lavoro personale, un esperimento senza cliente né scadenza, uno sfizio che non ti farà guadagnare una lira ma che ti tiene collegato al motivo per cui hai scelto questo mestiere invece di uno più remunerativo e meno soggetto a crisi esistenziali del martedì pomeriggio.

Perché se lasci sparire del tutto lo spazio della settimana dedicato al creare da zero, un giorno ti sveglierai bravissimo a rifinire cose altrui e completamente disabituato a inventarle tue.

P.S. Se ti è venuta voglia di ricominciare a creare qualcosa da zero, benissimo. Apri un file nuovo, pagina bianca, cursore che lampeggia… e adesso? Eh, appunto. Ci risentiamo tra tre ore.

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