Claude Design ci sta uccidendo tutti (per l’ennesima volta questo mese)

Ogni due settimane esce una nuova roba che, secondo gli esperti dei social — quelli che per mestiere tipicamente non hanno aperto un Figma in vita loro — dovrebbe cancellare dalla faccia della terra la nostra professione. Questa volta tocca a Claude Design, il nuovo giocattolino di Anthropic che, stando a chi campa di engagement su internet, avrebbe fatto crollare le azioni di Figma manco avessero scoperto che Dylan Field nel tempo libero si diletta col traffico internazionale di font pirata.

Spoiler: le azioni di Figma erano già crollate quando era uscito Google Stitch qualche mese fa. Ve lo ricordate Google Stitch? Esatto, neanch’io. In sei mesi è sparito dalla conversazione con la stessa velocità con cui spariscono dal nostro feed i tizi che nel 2021 ci spiegavano come comprare casa in metaverso.

Ma partiamo dall’inizio.

Cos’è sta roba

Claude Design è un tool di design basato su Claude Opus. Serve a creare prototipi, slide e one-pager. Già qui, se avete mezzo neurone funzionante, dovreste aver capito che stiamo parlando di un killer di Canva, non di un killer di Figma. Il problema è che “Canva killer” sul titolo di un articolo non porta i click, quindi vai col tono apocalittico e piovono le thread su X in cui gente che non sa cosa sia un kerning profetizza la nostra fine.

Il logo, poi, è esattamente quello che è l’AI, la più banale iconizzazione possibile. Hanno scelto la tavolozza dei colori dei pittori, simbolo dell’arte, come rappresentazione del design. L’arte. Il design. È un tool pensato da persone che pensano che “design” e “arte” siano sinonimi. Mi piace pensare che il design risolva problemi, l’arte la lasciamo agli artisti.

Ma quindi Figma è morto?

Obviously no. Figma fa cose che Claude Design non può fare manco in sogno. Design system complessi gestiti in team, plugin, prototipazione avanzata, variabili, auto-layout intelligente, handoff con gli sviluppatori. Claude Design genera prototipi in React che puoi modificare con un “inspector” — cioè la parte dove decidi la dimensione del font senza scrivere codice. Rivoluzionario? Per chi veniva da Paint, forse.

Il fatto è che queste cose le avevamo già. Si chiamavano template. Andavi su ThemeForest, spendevi 30 o 50 euro, scaricavi il tuo sito per poi cambiare colori e font, e tanti saluti. La differenza è che adesso, invece di sfogliare cataloghi, “crei” il template con un prompt. Ma dietro le quinte il motore fa esattamente la stessa cosa: pesca da un database gigante di esempi e li ri-assembla. L’illusione è sentirti creatore invece che acquirente. È come passare dal menù fisso del ristorante cinese all’all you can eat: la roba è sempre quella, ma tu ti senti più libero perché puoi combinarla come vuoi.

Aneddoto in tempo reale, successo ieri

Giusto per essere concreti. Ieri mi scrive un cliente. Vuole rifare una sezione del suo sito, mi chiede di occuparmene io. Fin qui niente di notevole. La cosa interessante è che mi allega la sua bozza — fatta da lui, con Claude Design. Un cliente sveglio insomma, di quelli che si sono rimboccati le maniche, hanno smanettato, hanno tirato fuori qualcosa di dignitoso. Eppure mi ha cercato lo stesso. Non perché io sia il genio stratega del web (spoiler: non lo sono), ma perché ha capito una cosa che al 90% delle persone ancora sfugge.

Per tirare fuori qualcosa di coerente con un tool come Claude Design, devi già sapere cos’è la coerenza. Devi avere in testa il motivo per cui un certo layout funziona e un altro no, perché una gerarchia visiva regge, perché certe scelte comunicano e altre confondono. Devi aver capito non solo perché una cosa è bella, ma perché è giusta. Tutta roba che questi sistemi, a oggi, non sanno fare.

Oggi un sito generato con Claude Design o con i suoi cugini lo sgami al volo. Sono tutti fratelli, si somigliano come due Fiat Panda nel parcheggio dell’Ikea. Non perché il tool non possa produrre cose diverse, ma perché chi lo usa raramente sa cos’è che rende una cosa “migliore”.

È la stessa storia di quando Microsoft, negli anni d’oro di Office, mise a disposizione le WordArt. Avete presente? Sfumature arcobaleno, ombreggiature 3D, rotazioni del testo, il pacchetto completo. Tecnicamente un arsenale potentissimo per l’epoca. In pratica la gente lo usò per produrre crimini tipografici da Convenzione di Ginevra: volantini della sagra della salsiccia, biglietti da visita del geometra, inviti di compleanno in Comic Sans corsivo con ombra sfumata. Non perché lo strumento fosse sbagliato, ma perché dare effetti 3D a chi non sa cos’è una gerarchia tipografica è come dare una Ferrari a mio nonno con la patente scaduta: il disastro è garantito.

Come diceva (più o meno) la Pirelli: il potere è nulla senza il controllo. E il controllo, per ora, ce l’ha ancora chi il design l’ha studiato davvero — o chi ha imparato sbagliando per anni cosa funziona e cosa no.

La parte di cui nessuno parla

Ora, non sono qui a dirvi che va tutto bene e che Tutto Quel Che Facciamo Noi Designer è al sicuro per sempre amen. Nemmeno vi dirò che il nostro lavoro si conserva imparando a usare questi tool meglio di tutti (però io vi consiglio di farlo). Il nostro lavoro esisterà o meno in base a come si trasformerà il mercato.

La verità è più scomoda. Claude Design e i suoi cugini non uccidono i designer bravi. Alzano l’asticella (o il pavimento, come ho scritto in un altro blog prendendo un termine che viene spesso usato in questo contesto). Prima, per fare un one-pager decente, serviva un designer (magari junior, magari sottopagato, ma pur sempre un designer). Adesso, per fare un one-pager mediocre ma non agghiacciante, basta un prompt ben scritto. E se la vostra deontologia non ve lo impedisce, potete anche farlo così. Ho sperimentato un workflow per cui da Lovable passo il codice a Gemini che mi restituisce direttamente il codice da mettere su elementor del cliente e via, landing fatta. Cose da scenziati pazzi, eppure prima dovevo lavorare 2 giorni per farlo. Probabilmente il risultato era migliore ma trovare un cliente per quel “migliore” non è facile.

La fascia “design medio” — quella del “va bene così, non è un capolavoro ma fa il suo” — si sta schiacciando verso il basso. Non sparisce, si schiaccia. Quello che prima era il minimo sindacale adesso è quello che chiunque può fare con la versione gratuita di un chatbot. Chi lavora in quella fascia (e parliamo di una fetta enorme della professione, non del 5% dei fuoriclasse) deve trovare il modo di offrire (e farsi pagare) qualcosa che il prompt non ti dà.

Il che non significa che basta diventare bravi e sei salvo. Lo so, il copione motivazionale dice “alza l’asticella e sarai indispensabile”. Ma l’asticella del mercato non la decidi tu, la decide chi paga. E se chi paga è soddisfatto della roba che esce da Claude Design per la sua landing, quell’asticella resta lì, bassa come era. Puoi essere bravo quanto vuoi, ma se nessuno ti paga per essere bravo sei comunque fregato.

Brutto da sentire, lo so.

In due righe

Claude Design non è un Figma killer, è Claude Code col rossetto. Canva forse dovrebbe preoccuparsi un po’ di più, ma pure lì è presto per dirlo. Il vero problema non è lo strumento in sé, è che lo strumento abbassa di qualche tacca il valore percepito del “design sufficiente”. E questa cosa tocca tutti, anche chi pensa che siccome è bravo non lo tocca.

La parte buona? Se sei arrivato fin qui, vuol dire che vuoi capire cosa sta succedendo invece di fare finta di niente. Poi finché Claude sarà così tirchio, andando in esaurimento dell’usage dopo qualche tentativo andato a vuoto, nessun designer serio potrà mai usarlo per fare una cosa ben studiata. Io ho bisogno di 300 aggiustamenti per ogni cazzata che produco con l’ai.

P.S. Se questo articolo ti ha fatto venire voglia di chiudere la partita IVA e aprire una pescheria a Mazara del Vallo, respira, prenditi un caffè e ricordati che ogni sei mesi, da tre anni, esce un tool che doveva ucciderci tutti. Siamo ancora qui. Per quanto? Boh. Intanto però un altro articolo sulla mia imminente morte professionale l’ho scritto. A pensarci bene, i veri Figma killer siamo noi che leggiamo gli articoli sul prossimo Figma killer. Riflettici.

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