L’AI ha reso chiunque un grafico, il grafico più pigro del mondo

Allora. C’è una cosa che mi tormenta da settimane e oggi ne devo parlare se no esplodo, perché ho raggiunto quel livello di esasperazione per cui o scrivo un articolo o comincio a fermare gli sconosciuti per strada a spiegargli il problema, e diciamo che la prima opzione mi fa rischiare meno denunce.

Mi arrivano sotto gli occhi due locandine di wrestling. Due federazioni italiane diverse, due città diverse, due show diversi, gente che non si è mai parlata in vita sua. E io le guardo e per tre secondi buoni penso che siano della stessa compagnia. Stessi fulmini sparati dietro come se ogni incontro si svolgesse in mezzo a un temporale tropicale, stesso fondo nero saturo dipinto col carbone, e soprattutto — soprattutto — quel font. Lo conosci anche tu. Quel finto pennello sbavato, quel lettering grunge che vorrebbe urlare “sono pericoloso, sono ribelle, sono underground” e invece urla soltanto: “sono uscito di default e nessuno mi ha fermato”.

È il Comic Sans del 2026, ragazzi. Solo che il Comic Sans, poveraccio, almeno aveva il coraggio di essere brutto a modo suo. Questo è brutto in fotocopia.

E la cosa peggiore — quella che mi ha fatto cadere le braccia — è che sono pronto a scommettere che nel prompt non ci hanno scritto niente di tutto questo. Mica hanno digitato “lettering grunge sbavato, fulmini drammatici, atmosfera epica”. No. Hanno scritto “wrestling”. Punto. E gli è uscita questa roba da sola, di default, senza che nessuno gliel’abbia ordinata. Che è un livello di banalità superiore: non è nemmeno una scelta brutta, è l’assenza totale di scelta. È il pilota automatico che decide al posto tuo, e tu manco te ne accorgi.

E qui parte la tangente, abbi pazienza

Perché poi uno dice: vabbè, è wrestling indipendente, sale piccole, budget da pizza e birra, lascia stare. E invece no. Perché da quando ho notato sta cosa non riesco più a smettere di vederla. È come quando l’amico ti fa notare che Sgarbi dice sempre “capra” e da quel momento senti solo quello. Adesso apro Instagram ed è tutto un temporale blu. Il volantino della pizzeria: temporale blu. La card del personal trainer: temporale blu coi muscoli. Il post dello studio di commercialisti — i commercialisti, gente, quelli che dovrebbero essere la noia fatta brand — pure loro col fulmine drammatico dietro al grafico del fatturato. È una pandemia. È il Covid dell’estetica e nessuno indossa la mascherina.

E non pensare che sia roba da sale parrocchiali italiane col budget da pizza e birra. La stessa identica estetica la ritrovi su federazioni americane con vent’anni di storia alle spalle, dall’altra parte dell’oceano, gente che col wrestling ci campa da prima che tu sapessi cos’è un prompt. Stessi fulmini, stesso fondo nero, stesso font sbavato. Il default non conosce confini, non conosce budget, non conosce vergogna.

E la cosa più bella è che sono tutti convintissimi di aver fatto qualcosa di figo.

Il grafico più pigro del mondo (e perché lo terresti in ufficio)

Facciamo finta. Assumi un grafico. Primo cliente, una palestra: lui ti mette fulmini, fondo nero, font sbavato. Carino. Secondo cliente, un’enoteca raffinata: fulmini, fondo nero, font sbavato. Terzo cliente, uno studio dentistico: due sorrisoni affiancati, fulmini, fondo nero, e — indovina — font sbavato.

A questo punto quanto ci metti a buttarlo giù dalle scale? Io manco lo faccio finire il secondo lavoro.

Ecco. Quel grafico lì, quel fannullone che rifila la stessa identica minestra a chiunque vari la porta dello studio, è esattamente chi stai facendo lavorare ogni volta che apri l’AI e scrivi una parola in croce. Solo che non lo licenzi. Anzi, lo ringrazi. Gli fai pure i complimenti. Perché ti ha fregato: ti ha dato una roba che sembra professionale — luci da film, rendering pulito, colori che ti cavano un occhio — e tu sei tutto contento, la posti, e non hai la più pallida idea che il tuo concorrente a duecento metri ha postato la stessa identica cosa, perché ha assunto lo stesso identico fannullone. Che poi è quello di tutti. È un fannullone in regime di monopolio.

L’AI non è un grafico scarso. È un grafico bravissimo e svogliato come un gatto a luglio, che ti molla il compitino minimo finché non lo prendi per il bavero e lo costringi a fare sul serio.

Cinque secondi di nerderia e poi giuro che smetto

Come funziona la magia? Sti cosi vanno a probabilità. Tu gli butti lì una parola vaga e loro ti tirano fuori la risposta più frequente che hanno in pancia. Con prompt semplici i modelli ripiegano di default su pattern visivi medi: luce drammatica, dettaglio altissimo, colori saturi, un certo tipo di rendering. In cristiano: tu scrivi “wrestling”, e quello ti sputa fuori la media aritmetica di tutte le locandine di wrestling viste da quando è nato. Non ti dà la tua locandina. Ti dà la locandina. Quella di tutti.

È il ristorante in cui ordini “qualcosa di buono”. Cosa ti arriva? La carbonara. Sempre. Non sbagliano mai, statisticamente. Peccato che pure quello al tavolo di fianco ha ordinato “qualcosa di buono” e adesso vi guardate i piatti uguali come due scemi.

E sta roba peggiora da sola, perché — tieniti forte — si chiama model collapse e succede quando le AI continuano ad addestrarsi sui contenuti le une delle altre, appiattendo l’originalità verso la media. Cioè: più gente fa robaccia pigra, più l’AI impara la robaccia pigra, più la ripropone, più addestra la prossima AI a essere ancora più pigra. È un serpente che si mangia la coda. Solo che la coda è fatta di fulmini blu e font da pennarello scarico.

Il segreto sporco che i grafici sanno e gli imprenditori no

Adesso la verità che fa male, quindi metti giù il caffè. Il casino si aggrava quando usi l’AI con richieste generiche tipo “design pulito e moderno” o “layout professionale”: spingono tutti l’algoritmo nello stesso identico territorio già calpestato da chiunque. Anzi, peggio: la maggior parte della gente nemmeno arriva a scrivere “pulito e moderno”, scrive una parola e si fida. Non perché il modello sia cretino. Perché gli hai chiesto la cosa più ovvia dell’universo e lui, gentilissimo come un cameriere a cui hai dato del tu, ti ha portato la media.

Ed ecco la bomba che i designer conoscono a memoria e gli imprenditori manco si immaginano: il brief è il novanta per cento del lavoro. Quando un’azienda pagava uno studio, non pagava “il tizio che sa aprire Photoshop”. Pagava uno che ti faceva le domande scomode: a chi parli, cosa vuoi che la gente senta, in cosa cazzo sei diverso dagli altri quattrocento che fanno la tua stessa cosa. Pagava il cervello a monte, non la manina a valle. Adesso che la manina ce l’hanno tutti gratis, è rimasto bello scoperto proprio quel novanta per cento. E quel novanta per cento l’AI non te lo regala, perché non sa chi sei, non sa cosa vendi, e francamente non gliene può fregare di meno.

Come uscire dal temporale (gratis, senza piangere)

Primo: pianta lì di accettare la prima cosa che esce. La prima cosa che esce è la carbonara. Usa l’AI come trampolino, non come traguardo: falla generare, poi modifica, spingi, aggiungi qualcosa di inaspettato. Fattene tirare fuori otto, cambia una cosa per volta, divertiti a smontarle.

Secondo: dagli un riferimento strano, laterale, che non si aspetta. Non una parola sola, ma dove vuoi andare a parare. Vai a cercare ispirazione fuori dai soliti posti: vecchie copertine di dischi, manifesti di cinema, roba disegnata prima che l’AI decidesse che tutto deve avere il fulmine. Pensa alla lucha libre messicana coi suoi colori che ti bucano la retina, ai manifesti giapponesi pieni di follia, al bianco e nero cattivo dell’ECW, ai vecchi poster del pugilato anni ’50. C’è un universo intero di roba figa, e l’AI te la ignora tutta per darti il temporale. Non perché non la conosca. Perché tu non gliel’hai chiesta.

Terzo: il font. Per amor del cielo, il font. È quasi sempre lì che la grafica AI si tradisce, è il tatuaggio in faccia che le grida “default”. Costringilo a darti altro — un bastoni condensato pesante, un lettering spigoloso fatto a mano, un neon da insegna scassata. Qualunque cosa tranne il pennellaccio sbavato che lui sceglie da solo quando lo lasci fare, e che a sto punto ha la stessa credibilità di un assegno firmato Paperino.

Ma quindi i grafici al rogo? Se volete sì, ma no.

Perché qualcuno adesso starà pensando “eh ma allora i grafici sono finiti, ciao ciao”. E invece no. E non lo dico perché faccio il grafico e quindi tiro l’acqua al mio mulino — lo dico perché è vero, e ci sono dei momenti precisi in cui continuare da solo con l’AI è come farsi da soli l’estrazione del dente del giudizio: tecnicamente possibile, ma poi non lamentarti.

Quando devi costruire un’identità e non una singola figurina. Una locandina la fai con l’AI, contento tu. Ma un sistema — logo, colori, font, tono, che si tengono insieme su biglietto, insegna, sito, social, packaging, e restano riconoscibili ovunque — quello è pensiero puro, non generazione. L’AI ti sforna mille immagini scollegate. Un brand è l’esatto contrario di mille immagini scollegate. È mille immagini che si danno la mano. Questo potete farlo anche con l’ai se siete bravi, ma oggi è un lavoraccio che non tutti sono disposti a fare.

Quando se sbagli paghi caro. La home del sito. Il packaging che va in stampa in diecimila copie. Il logo che ti porti appresso dieci anni come un tatuaggio fatto male. Lì “abbastanza buono” non basta, perché una grafica generica fa la cosa più infida del mondo: non ti fa perdere clienti in modo plateale, ti fa solo sembrare uno qualunque. E sembrare uno qualunque è il modo più silenzioso, educato e costoso che esista di andare a fondo.

Quando ne hai le palle piene di assomigliare a tutti. Se il tuo settore è già una palude di temporali blu — e fidati, lo è — un grafico vero non serve a “farlo più bello”. Serve a “farti diverso”. A farti quel lottatore che quando esce dalla tenda il pubblico impazzisce, invece del jobber tecnicamente perfetto che dopo cinque minuti nessuno ricorda di aver visto.

Quando il tuo tempo vale più di quei prompt del cavolo. Se passi tre ore a litigare con l’AI per ottenere quello che un grafico ti chiudeva in due, non hai risparmiato un bel niente. Hai solo cambiato la valuta con cui paghi: prima erano euro, adesso sono ore della tua vita. E per le ore, mi dispiace, non esistono note di credito.

La verità è che l’AI non ha ammazzato i grafici. Ha ammazzato le grafiche pigre — che, se ci pensi, è la notizia più bella del mondo per chi pigro non è. Il brutto-fatto-male ormai non esiste quasi più, è tutto mediamente carino. Ma quando tutto è mediamente carino, l’unica cosa che conta davvero è chi riesce a essere diverso. Che è poi, guarda caso, l’unica cosa che la media — per definizione, per natura, per destino — non sa fare manco a pagarla.


P.S. Se questo articolo ti ha rovinato per sempre il feed di Instagram e adesso quel font sbavato lo vedi ovunque, sui muri, nei sogni, sull’etichetta del bagnoschiuma, come quando impari una parola nuova e poi la senti pure dal panettiere — allora benissimo, missione compiuta, soffri con me. Se invece sei un imprenditore e la stai ancora difendendo perché “ma a me piace e me la sono fatta gratis”, ti ricordo solo una cosa: quel grafico fannullone che rifilava la stessa minestra a tutti, all’inizio dell’articolo, lo volevi buttare dalle scale. Bene. Quel grafico ora sei tu. E ti sei pure dato la pacca sulla spalla.

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